La brutta fine di una cattiva legge

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Il 22 maggio la Corte Costituzionale non ha dichiarato illegittima la norma che vieta qualsiasi forma di fecondazione eterologa in Italia. Alla luce di altre sentenze che, negli anni passati, hanno demolito uno dopo l’altro i pilastri della legge 40, la decisione sembrava poter andare nella direzione opposta. E tuttavia la Consulta non poteva agire diversamente, perché fra il ricorso delle coppie l’avevano interpellata e la conclusione del procedimento è intervenuta una sentenza della corte di Strasburgo, che, modificando un precedente orientamento, ha riconosciuto agli Stati europei la facoltà di proibire l’eterologa. La Consulta ha dunque invitato gli avvocati a considerare quella sentenza, senza tuttavia pronunciare un no definitivo e lasciando un buon margine di manovra per nuovi ricorsi.

La partita è dunque più che mai aperta, giacché gli avvocati che hanno presentato le istanze si sono detti pronti a dare ancora battaglia. Da più parti, poi, si auspica una revisione dell’intera materia da parte del Parlamento, perché proprio la necessità di sottoporsi a una fecondazione eterologa è il motivo principale che, a partire dal 2004, ha spinto un numero sempre maggiore di coppie a recarsi all’estero. I dati dell’Osservatorio sul turismo procreativo, relativi al 2010, parlano di circa 4.000 coppie che ogni anno espatriano, e la metà lo fa proprio per sottoporsi all’eterologa. «Accanto a queste coppie, ce ne sono altrettante che si recano all’estero per seguire trattamenti omologhi, senza ricorso a gameti esterni alla coppia» dice il rapporto dell’Osservatorio, che fa risalire il fenomeno alla scarsa fiducia nei centri italiani e alla cattiva informazione sulle sentenze che hanno ripristinato molte delle possibilità che la legge 40 negava, come quella di congelare gli embrioni e di eseguire la diagnosi pre impianto. La Spagna, la Svizzera, e la Repubblica Ceca sono le mete preferite per l’eterologa, mentre si va in Belgio per la fecondazione omologa. Il rapporto registra poi una preoccupante crescita dei flussi verso Paesi in cui la qualità delle cure non è considerata ottimale, ma i costi sono più contenuti – come la Grecia e l’Ucraina – e stima in alcune decine il numero di coppie italiane che sono ricorse all’utero in affitto, in Ucraina, in Grecia, in India e, più che altrove, negli Stati Uniti, dove questa pratica è diffusa e regolata da leggi molto precise, a protezione dei bambini e delle famiglie.

L’approvazione della legge 40, nel 2004, è stato il punto nodale della storia della regolamentazione della riproduzione assistita in Italia. Nata sulle ceneri di un progetto di legge presentato nel 1998 dalla deputata Pds Marida Bolognesi, e stravolto in aula al punto da spingere la relatrice a dimettersi, ha avuto in iter parlamentare complesso e fortemente influenzato dalle posizioni espresse a chiare lettere dalla Chiesa, già a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta.

Molto attenta a salvaguardare l’embrione e l’istituzione della famiglia intesa in senso cattolico, la legge era estremamente restrittiva e stroncava le aspettative di tanti aspiranti genitori, che pensavano di poter stringere un giorno il loro figlio fra le braccia, grazie ai progressi più recenti della medicina. Per esempio, prevedendo l’accesso alle tecniche di riproduzione assistita per le sole coppie sterili – composte da «maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi» – la legge escludeva le coppie fertili ma portatrici di gravi malattie genetiche, che prima del 2004 potevano invece avere un bambino certamente in salute grazie alla possibilità di trasferire nell’utero soltanto gli embrioni sani, ottenuti in vitro, e selezionati attraverso la diagnosi pre impianto, nella quale l’Italia era allora un Paese all’avanguardia. Questa tecnica, peraltro, era vietata in assoluto e, anzi, la legge prevedeva che non si potessero fecondare più di tre ovociti per ciascun ciclo di stimolazione e imponeva di impiantarli tutti. Il congelamento degli embrioni era infatti proibito, così come la ricerca su di essi e – si è detto – la fecondazione eterologa. Come c’era da aspettarsi, l’approvazione della legge 40 suscitò polemiche e obiezioni, in primis da parte dei medici, che si vedevano costretti a operare procedure contrarie all’interesse dei loro pazienti. I radicali si diedero subito da fare per organizzare una serie di referendum che avrebbero dovuto abolire le parti più critiche del testo, ma nel 2005 la votazione non raggiunse il quorum. La legge 40 fu tuttavia per buona parte smantellata negli anni seguenti da modifiche introdotte dalla ministra Livia Turco, nel 2008, e dalle citate sentenze della corte Costituzionale.

 

N.d.r. L’autrice sta per pubblicare un libro per Encyclomedia Publishers, che ripercorre la storia della fecondazione artificiale dalle origini ai giorni nostri.

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