Il furor mathematicus di Leonardo Sinisgalli

Read time: 4 mins

Tutte le cose che ho detto e fatto,
Ora che sono vecchio e malato,
Diventano problemi, tanto che
Notte per notte rimango sveglio
E non ottengo mai una risposta esatta.
(William Butler Yeats)

Ricevo da un amico di Matera un libriccino di Leonardo Sinisgalli, preceduto dalla sua fama e stuzzicante per quel suo titolo esatto e furibondo insieme: libriccino che, di lì a qualche mese, leggo di slancio durante un viaggio in treno.

Mi ridesta, questa lettura, lontani rimpianti e nostalgie per quel nucleo sodo lucido compatto come una noce di marmo e di cuoio che mi si era formato dentro, incassato tra la ghiandola pineale e il cuore, in seguito allo studio assiduo delle matematiche in anni che sembrano vicini e sono invece ormai lontani: "Anch'io ero stato malato di quell'idolatria," anch'io avevo intravvisto quella meta fredda e azzurrata che mi splendeva davanti e m'invitava con la seduzione ascetica della scienza, anch'io ero stato abbagliato dal fulgore algido del sacrificio, che arde senza rumore e brucia senza miseri­cordia.

Ai piedi di quell'altare sentivo di dover deporre qualcosa di vivo e pulsante: ma anch'io, dopo i lunghi anni del castigo e della beatitudine, ero guarito al contatto della vita, col suo sapore di sangue e di pelle e di sperma.

Mi resta tuttavia, come dice Sinisgalli nelle pagine dove troneggia la meretrice "grassa e rossa... la donna superba dalla magnifica mascella equina," un residuo secco e cocente di verginità perduta: e anche per me "tutta la mia malinconia repressa, soffocata dalle squadre e dai compassi, dal calcolo degli infinitesimi, dalla ridda delle funzioni iperboliche, dalla teoria delle curve di secondo grado, dalla spirale logaritmica e dalla lemniscata di Bernoulli, dalle cuspidi, dai flessi..." anche per me la segnatura alta della vita tornava a galla "tra le ali di [qualche] fantastica gallina curcia."

Così vivevo anch'io quest'indecisa oscillazione tra la brama di incistarmi in una lucida macchina capace di erogare agli uomini tutti i teoremi e di abituarli alla "respirazione dell'aria esatta" e la spinta verso un'esistenza elementare che mi accomunasse agli organismi inferiori che non conoscono l'angoscia e che cercano la gratificazione immediata del titillamento epidermico.

Anche oggi, e più che mai, i patiti del macchinismo lavorano ilari e diligenti per trasformarci in lustri e ben oliati automi, simbionti, robot, manichini, androidi; per farci uscire da quelle camere a imbuto, da quei "recessi d'aria, inservibili, dei quali a prima vista non sappiamo capire la funzione," da quelle "camere d'aria inerte, spugne di suono che hanno" tuttavia un compito di equilibrio indispensabile: e per lanciarci invece nel cielo dell'onnipotenza razionale.

Con entusiasmo e sgomento sentiamo nascere in noi e intorno a noi qualcosa di inaudito: una Creatura Planetaria di cui ogni essere umano, integrato di protesi bioinformatiche sarà una cellula. Questo superorganismo già possiede una ribollente intelligenza collettiva, e distillerà una sua torbida coscienza: chi è, che cosa vuole, quali domande si porrà, quali storie si racconterà questo essere molteplice e proteiforme?

Un giorno nella Creatura si accenderà una scintilla di volizione ed essa salperà verso le Pleiadi: come un'affilata astronave fenderà il cosmo per secoli e secoli di buio siderale. Dentro, ciascuno in un uovo di cristallo molato, uomini e donne dormiranno un sonno profetico, custodendo nel gelido corpo il sangue e lo sperma di una razza futura. Andrà l'astronave verso altri pianeti, più oscuri, dai laghi profondi, abitati da anonime stirpi inspiegate, popolati di azzurre città.

Su quei pianeti lontanissimi le donne non faranno più i figli col corpo, tra spruzzi e bollicine. S'inventerà un sistema più dignitoso ed esatto, in sintonia con la precisione della scienza. Le nostre insistenti preghiere saranno esaudite e ci trasformeremo in macchine: forti, dure, inossidabili. Solo le donne di cera delle specole avranno le cavità gialle e rosse della riproduzione. Gli uteri finiranno nei musei, accanto alle lanterne magiche e ai dinosauri imbalsamati. 

Divenuti macchine, saremo immortali. Creeremo un mondo preciso e puntuale, dove regnerà la demenza onnipotente degli automi. Onniscienti e insensati, ci dedicheremo a un'innocua e raffinata imitazione della vita.

Incubo? Premonizione? Desiderio? Tutto era già scritto nel mondo, da quando il fango dell'Archeano cominciò a presagire il suo futuro organico, da quando la vita esitò e poi sbocciò nei mari siluriani: una marcia faticosa e inesausta ebbe inizio, che ancora non è terminata e ci porterà chissà dove.