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Il web rivela il calo d'interesse verso l'università

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Gli ultimi dati rilasciati dall’Anvur hanno, fra le altre cose, evidenziato un calo di immatricolazioni del 20% dal 2004, che è particolarmente allarmante tenendo conto del basso rapporto fra laureati e popolazione complessiva osservato in Italia (stessa fonte).
Appare quindi sensato porsi la domanda se, vista la comune percezione di un declino generalizzato nel nostro Paese, la diminuzione di immatricolazioni osservata corrisponda a una generale perdita di interesse da parte del pubblico nei confronti dell’università Italiana, e se questa perdita di interesse evidenzi un trend costante nello stesso periodo (2004-2013) considerato nel rapporto Anvur.
Allo scopo di trovare una risposta a questa domanda, sono stati esaminati i dati forniti da Google trends per quel che riguarda le ricerche effettuate in Italia avente a oggetto l’università, ed è stata quindi costruita una serie temporale con risoluzione settimanale a partire dal 2004. Tale serie è stata confrontata alle corrispondenti serie che ricapitolano le ricerche degli Italiani nello stesso periodo aventi ad oggetto il calcio, il grande fratello ed il porno.

Qual è dunque l’andamento dell’interesse degli internauti per questi argomenti? La figura seguente ricapitola i risultati ottenuti.


Innanzitutto, il calo di immatricolazioni osservato dall’Anvur è rispecchiato da una drammatica decrescita dell’interesse per l’università, un trend cominciato nel 2004 ed ininterrotto fino ad oggi.
Nonostante i “ritorni di fiamma” che si osservano a luglio e settembre di ogni anno, mesi in cui tradizionalmente i futuri iscritti cercano informazioni, la decrescita è molto evidente (-300%), sia in termini di volume annuo medio, sia per quel che riguarda i valori massimi registrati ogni anno. Inoltre, l’andamento è strettamente legato all’argomento esaminato: non si osserva nulla di simile per il calcio o per il grande fratello (che ha interesse stagionalmente elevato, in corrispondenza dello svolgersi della trasmissione televisiva), e l’interesse per il porno è in costante aumento – in questo caso probabilmente in connessione stretta con l’aumento dell’offerta online.
Se poi si osserva quali sono nello specifico le Università maggiormente ricercate, sebbene ai primi 5 posti vi siano rispettivamente ricerche sulle Università di Milano (tutte), Roma (tutte), Cattolica, Bologna e Padova, ai primi 5 posti per quel che riguarda le ricerche in più forte crescita si trovano ben tre tipologie legate ad università private e online (rispettivamente l’Università del Salento, le telematiche nel loro complesso, l’Università Marconi, La Parthenope di Napoli e le Università Online).
Quindi, nella generalizzata perdita di interesse per l’università, le uniche a guadagnare sono un certo numero di istituzioni considerate tradizionalmente “alternative” all’Università pubblica e comunque con una storia recentissima legata allo sviluppo di Internet.
I dati esaminati inducono quindi ad una riflessione circa le motivazioni della perdita di immatricolazioni da parte delle Università in Italia, che sembra legata non tanto e non solo ad una generalizzata diminuzione del finanziamento (si ricordi che il finanziamento nel 2004 era pari a quello nel 2013, fonte rapporto Anvur), quanto ad una perdita di ruolo e di funzioni chiaramente riconoscibili da parte del pubblico.

La rincorsa ad un modello di università “professionalizzante”, che pone l’accento sul mondo del lavoro e sul trasferimento tecnologico, non sembra in questo senso aver sortito alcun effetto per l’università pubblica, se non negativo; le uniche istituzioni che ne hanno tratto vantaggio sono, infatti, proprio quelle che costruiscono la propria offerta sul valore legale del diploma di laurea, da utilizzarsi come veicolo per la progressione professionale, invece che sul valore della formazione culturale e scientifica. Proprio a sottolineare questa perdita di identità riconoscibile da parte dell’Università Italiana, val la pena di riportare il commento di Paolo Bianco, ordinario presso la Sapienza di Roma da sempre attento al ruolo dell’università e della Scienza in generale:
“I dati scioccano, ma non sorprendono. La pornografia, dice una citazione famosa, è difficile da definire, ma facile da riconoscere. L'università, invece, è facile da definire, ma è diventato impossibile riconoscerla“.

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Ma è così diversa la seconda ondata?

Davvero durante la seconda ondata si sono contagiate più persone che nella prima, come a volte si dice? Cesare Cislaghi fa qualche esercizio matematico: valutarne la correttezza è difficile, ma i risultati sembrano mantenere una certa coerenza interna.

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Una delle opinioni diffuse ma non confermate da analisi più approfondite è che durante la seconda ondata si siano contagiate molte più persone che nella prima, anche se i contagi hanno provocato meno complicazioni cliniche e queste sono state meno letali. Non è facile, ovviamente, cercare di ricostruire quelle che potrebbero essere state le frequenze da fine febbraio a oggi, ma quello che presentiamo qui è un tentativo per provare a fare questa complicata e rischiosa operazione.