fbpx Covid-19: la comunicazione dei leader su Twitter | Scienza in rete

La pandemia nei tweet dei leader del G7

Primary tabs

Tempo di lettura: 2 mins

Twitter ha cambiato il modo di comunicare. Soprattutto quello dei politici. C’è chi non riesce a star dentro ai pochi caratteri a disposizione di un singolo tweet, e chi non può fare a meno di usarlo. Quello che non cambia è, invece, il ruolo di chi lo usa. Uno studio pubblicato sul Journal of Public Health ha analizzato i tweet inviati dai leader del G7 sulla pandemia da COVID-19 scritti tra il 17 novembre 2019 e il 17 marzo 2020. Sono stati presi in considerazione quelli contenenti le parole chiave “COVID-19” o “coronavirus” che hanno ottenuto almeno 500 like. 

Contrariamente al nome, il G7 ha 9 membri: Donald Trump (Stati Uniti), Giuseppe Conte (Italia), Shinzo Abe (Giappone), Emmanuel Macron (Francia), Boris Johnson (Regno Unito), Justin Trudeau (Canada), Angela Merkel (Germania), Charles Michel (Presidente del Consiglio Europeo) e Ursula von der Leyen (Presidente della Commissione europea). Solo la cancelliera tedesca non ha un account attivo. Gli altri 8 hanno un totale di 85,7 milioni di follower di cui, 71,4 del solo Donald Trump unico già celebre a livello internazionale prima dell’elezione a presidente. È stato, infatti, non solo un imprenditore, ma anche un personaggio televisivo a capo del reality show The apprentice (2004-2017).  

Figura 1. Numero di follower (in milioni).

Sono stati analizzati 203 tweet. La content analysis ha permesso di suddividerli in tre tipologie: quelli informativi (166), in cui si condividono informazioni o aggiornamenti sulla situazione in corso (di questi, 48 rimandavano a fonti governative ufficiali, attraverso link o menzioni), quelli di incoraggiamento (19), e quelli politici (14). 

Figura 2. Totale tweet inviati e contenuto dei post.

Dall’analisi dei tweet inviati da ciascun account emergono alcune particolarità: il presidente canadese Justin Trudeau e il presidente del Consiglio europeo hanno inviato solo tweet a carattere informativo  (Trudeau 61 e Michel 2). Il presidente italiano, quello giapponese, il primo ministro inglese e la presidente della Commissione europea hanno usato Twitter quasi solo per informare (rispettivamente 7/8, 19/20, 15/16 e 19/21). Dei 24 tweet scritti da Macron, 15 hanno carattere informativo e 9 sono di incoraggiamento. L’analisi dei tweet di Donald Trump rivela che 14 hanno un contenuto politico (è l’unico leader ad aver scritto questo tipo di tweet) e 32 hanno carattere informativo ma, solo 3 contengono link a fonti ufficiali governative.   

Pur sottovalutando la reale portata dei tweet scritti in questo periodo, questo studio ha dimostrato ancora una volta che Twitter può rappresentare uno strumento per comunicare rapidamente con i cittadini durante le crisi sanitarie, ricordando la necessità di farne un uso prudente e allineato con le evidenze scientifiche, così da non creare confusione nella popolazione.

 


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

L’incredibile e triste storia dei nuovi studi sul vaccino contro l’epatite B

fiala di vaccino con siringa

Con il pretesto della Gold Standard Science, il Dipartimento per la Salute diretto da Robert Kennedy intende finanziare con 1,6 milioni di dollari uno studio in Guinea Bissau sulla vaccinazione alla nascita contro il virus dell’epatite B. Procedura in uso negli Stati Uniti dal 1991. L’intento non è quello di aumentare la copertura vaccinale nel Paese africano, ma mettere a confronto un vaccino già noto con l’assenza di vaccino. Con sommo sprezzo dell’etica della ricerca

Partiamo da qui per raccontare una storia lunga, che ancora non si è conclusa.
È il 1991, la commissione per i vaccini dei Centers for Diseases Control (ACIP, Immunization Practices Advisory Committee) consiglia per la popolazione degli Stati Uniti la prima dose di vaccino per il virus dell'epatite B (HBV) alla nascita (che vuol dire entro 24 ore dalla nascita). Le successive due dosi dopo uno e sei mesi.