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Dopo il disastro

Monumento commemorativo

Bhopal, Minamata, Halifax, Scarlino, possiamo imparare molto da tutto quello che si mette in moto dopo un disastro: conoscenze, nuove regole, modifiche delle prassi. ma anche la capacità di organizzarsi in difesa dei diritti e della giustizia ambientale.

Fotografia di Luca Frediani, Wikipedia, uso autorizzato dall’autore
 

Tempo di lettura: 14 mins

È la mattina del 6 dicembre 1917 ad Halifax in Canada, in piena Prima guerra mondiale, il porto è affollato, il traffico convulso. Poco dopo le 8:45 la nave francese Mont-Blanc, carica fino all'orlo di esplosivi destinati al fronte europeo, e la nave norvegese Imo si scontrano nel tratto di mare più stretto del porto. Non si tratta di un urto importante, ma alcune scintille incendiano il benzolo versato sul ponte della Mont-Blanc

L'equipaggio, consapevole del rischio di esplosione (il carico comprendeva quasi tremila tonnellate di esplosivi, tra cui TNT acido picrico e benzene), si precipita ad abbandonare la nave, senza che ci sia modo di avvisare le autorità cittadine. Quando, alle 9:04, solo 20 minuti dopo l’impatto, la Mont-Blanc esplode sarà la più grande deflagrazione non nucleare della storia fino a quel momento. L'onda d'urto rade al suolo un intero quartiere, i vetri delle finestre esplodono, si genera perfino un'onda anomala di una decina di metri che si abbatte a riva. Un piccolo tsunami. Si conteranno 2.000 morti e oltre 9.000 feriti, molti dei quali resi ciechi dai vetri delle finestre cui si erano affacciati per osservare l’incendio. Una catastrofe. 

Ma in fondo siamo in guerra e l’eco del disastro di Halifax finisce col perdersi tra i tanti altri, ne rimarrà un barlume in qualche romanzo, fino alla ricostruzione puntuale che ne fa il giornalista (sportivo) John U. Bacon nel suo libro The great Halifax explosion, uscito in occasione del centenario.

Il mercurio nella baia

Comincia in sordina la storia della baia di Minamata, sull’isola di Kyushu in Giappone, ma proseguirà dal 1932 fino al 1968. Sono i gatti i primi protagonisti: la popolazione locale si accorge che si muovono in maniera sconnessa, a scatti, e finiscono col cadere in mare, tanto che i pescatori la chiameranno "la malattia dei gatti danzanti". Ma sintomi simili: movimenti sconnessi, perdita di sensibilità agli arti, convulsioni, paralisi, colpiscono sempre più spesso altri animali e persone. 

Solo nel 1956 arriva il primo caso umano ufficialmente registrato: una bambina di cinque anni ricoverata con gravi disturbi neurologici. Ma nessuno, allora, collega quei sintomi allo stabilimento dell’industria chimica Chisso Corporation, che utilizza metilmercurio per la produzione di acetaldeide e da decenni scarica i propri reflui nella baia. Il mercurio, estremamente tossico, si sta via via accumulando nella catena alimentare ittica, dai crostacei ai delfini. Il pesce è l’alimento base della popolazione locale, che quindi continuerà a pescarlo e consumarlo nel corso degli anni. Gli anni che saranno necessari per superare le smentite da parte dei responsabili dell’industria e stabilire il nesso con gli scarichi industriali (si scoprirà che la società sapeva, ma aveva tenuto nascosti i risultati dei test realizzati internamente, un classico da copione cinematografico). 
A lungo si è creduto, o forse sperato, che responsabile della malattia fosse invece un agente infettivo, tanto che le persone colpite hanno spesso dovuto subire lo stigma della malattia e sono state tenute a distanza perché sospettate di diffondere il contagio di un morbo misterioso.

Nonostante le prove ormai indiscutibili, la Chisso continuerà a produrre acetaldeide, e a inquinare, per altri dodici anni, fino al 1968, quando si riconosce ufficialmente il legame con l’inquinamento da mercurio. La sentenza del 1973 riconosce finalmente la piena responsabilità della Chisso, garantendo un risarcimento a tutti i pazienti certificati, ma la questione di chi avesse diritto alla certificazione è rimasta aperta per decenni: ancora nel 2005 il governo giapponese ha dovuto riaprire le domande di certificazione sanitaria, segno di quanto a lungo si sia protratto il conflitto su chi potesse davvero definirsi vittima.
Un ulteriore aspetto drammatico è la nascita di molti bambini affetti da malformazioni congenite, anche da madri asintomatiche e rimaste incinte dopo la fine della dispersione ambientale, perché il mercurio si accumula nell’organismo e riesce a passare la barriera placentare.

Una nube tossica nella notte

Siamo a Bhopal, una piccola città indiana che non arriva al milione di abitanti. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, mentre gran parte della popolazione dorme, nel serbatoio numero 610 dello stabilimento della Union Carbide India, controllata dalla statunitense Union Carbide Corporation, l'acqua entra a contatto con l'isocianato di metile stoccato per la produzione di un pesticida. 
La reazione chimica scalda il serbatoio, la valvola di sicurezza cede e una nube di gas tossico si riversa sulla città addormentata. La torre di raffreddamento e la torcia di combustione, cioè gli impianti di sicurezza che avrebbero dovuto neutralizzarla, sono spenti o comunque fuori uso da mesi per abbattere i costi di manutenzione. 

Migliaia di persone si svegliano soffocando, con gli occhi in fiamme, molte muoiono subito, nel sonno, altre nella fuga disordinata verso i bordi della città. Negli ospedali, impreparati e privi di informazioni sulla natura del gas, i medici tentano di intervenire come possono. Nei giorni successivi si contano migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti, che porteranno per il resto della vita le conseguenze di quella notte. Sull’impatto del disastro mancano dati certi e definitivi: 2.259 persone sarebbero morte subito e stime indipendenti contano fino a 8.000 decessi nelle prime due settimane. Oltre 558.000 persone, più della metà della popolazione, sarebbero state colpite, secondo un affidavit governativo del 2006.
A differenza di quanto accaduto a Seveso, a 42 anni di distanza la bonifica del sito è ancora incompleta: solo a gennaio 2025 è iniziato il trasferimento delle scorie tossiche residue verso un impianto di incenerimento a Pithampur, nel distretto industriale di Dhar, tra proteste della popolazione locale.

Disastri diversi, dinamiche simili

I 50 anni dall’incidente dell’Icmesa di Seveso sono stati richiamati alla memoria già da una decina di giorni (per quel vezzo italiano di anticipare le ricorrenze). Per Scienza in rete ha scritto ieri Luca Carra un lungo e dettagliato articolo, mettendo in evidenza l’eredità scientifica e di resilienza che ci ha lasciato quel disastro, come comunità italiana e internazionale. Perché i disastri insegnano e, nelle circostanze migliori, modificano le prassi. Così, pur lontane nel tempo e nello spazio, anche le catastrofi di Bhopal, Minamata e Halifax ci possono insegnare qualcosa.

Un primo elemento comune è la sottovalutazione sistematica del rischio: a Bhopal i sistemi di sicurezza erano fuori uso da mesi per contenere i costi. A Minamata l'azienda ha proseguito gli scarichi in mare anche dopo che propri test interni ne avevano segnalato la tossicità. Ad Halifax, il contesto bellico ha portato a una gestione del traffico portuale caotica e priva di adeguati protocolli per navi cariche di esplosivi. 
Un altro elemento comune è la comunicazione istituzionale tardiva o reticente: a Bhopal l'azienda minimizzò nelle prime ore la tossicità del gas, ritardando i soccorsi, mentre a Minamata le autorità locali e prefettizie insabbiarono per anni il nesso tra fabbrica e la "strana malattia".

La dipendenza economica del territorio dall'impianto responsabile la ritroviamo a Bhopal e in misura maggiore a Minamata, dove l'azienda rappresentava la principale fonte di occupazione e gettito fiscale. Il che si porta dietro il corollario di interessi contrapposti e di difficoltà per le vittime di farsi riconoscere (e qui il pensiero va, inevitabilmente, all’Ilva di Taranto).

L’eredità normativa

Ogni disastro ha lasciato dietro di sé anche un'impronta normativa specifica, che spesso è diventata modello internazionale, anche se con tempi e ampiezze diversi. 
L’esperienza di Bhopal ha contribuito, in India, all'approvazione dell'Environment Protection Act (1986) e di una legislazione ad hoc sui risarcimenti. Il disastro indiano ha avuto ricadute anche negli Stati Uniti, portando il Congresso a promulgare una normativa sulla comunicazione del rischio chimico alle comunità residenti, la cosiddetta Community right-to-know.

Minamata ha dato il nome, nel 2013, alla Convenzione di Minamata sul mercurio delle Nazioni Unite, un trattato internazionale che regola oggi l'uso e il commercio globale del mercurio. 
L’esplosione di Halifax ha portato a un irrigidimento delle norme di sicurezza portuale e alla creazione della Halifax Relief Commission, un modello di gestione centralizzata dei risarcimenti post-catastrofe che avrebbe influenzato la gestione di disastri successivi in Nord America.

Ed è giusto ricordare anche qui che il caso di Seveso ha prodotto probabilmente l'eredità normativa più solida e sistemica tra tutti: la Direttiva europea 82/501/CEE del 1982, poi evolutasi in Seveso II e Seveso III, resta a oggi il riferimento europeo per la prevenzione degli incidenti industriali rilevanti.

Khairat nahi, rozgar chahiye, non vogliamo elemosina, vogliamo lavoro

Giustizia ambientale, comunicazione del rischio, mobilitazione delle persone, tutti e tre gli incidenti che stiamo raccontando hanno visto nascere e persistere movimenti di protesta e di rivendicazione che sono sempre andati al di là della lotta per un indennizzo, trasformandosi in movimenti per la dignità e i diritti.
A Bhopal il movimento nasce dal basso e vede protagoniste soprattutto le donne. Nel gennaio 1986, poco più di un anno dopo il disastro, l'attivista Abdul Jabbar Khan, a sua volta vittima del gas, fonda il Bhopal Gas Peedit Mahila Udyog Sangathan (BGPMUS), un'organizzazione composta in prevalenza da donne, vedove e sopravvissute rese indigenti dalla tragedia.«Khairat nahi, rozgar chahiye (non vogliamo elemosina, vogliamo lavoro)», è lo slogan diventato famoso.

Il Sangathan si è opposto da subito alla logica assistenzialista degli aiuti di emergenza (razioni alimentari, sussidi minimi), rivendicando invece impiego, formazione professionale e riconoscimento della responsabilità aziendale. Ha condotto manifestazioni, presidi settimanali nel parco Yaadgaar-e-Shahjahani di Bhopal, e una fitta attività di contenzioso legale, arrivando a più riprese davanti alla Corte Suprema indiana.

Un tratto distintivo di questo movimento è la sua natura strettamente locale: a differenza di altre grandi mobilitazioni globali, il Sangathan si è finanziato quasi esclusivamente con contributi mensili simbolici dei propri membri e con la vendita di manufatti artigianali, rifiutando finanziamenti esteri. È un modello di attivismo povero di risorse ma straordinariamente longevo: resta attivo ancora oggi, oltre quarant'anni dopo il disastro, portato avanti da figure come Hamida Bi (succeduta a Jabbar alla guida dell'organizzazione fino alla morte nel 2020) e da altre donne sopravvissute che continuano a seguire i contenziosi ancora aperti, compreso, nel 2025, quello sulla bonifica finale del sito.

A questo nucleo si sono affiancate nel tempo altre reti, come la Bhopal Gas Peedith Sangharsh Sahayog Samiti e gruppi internazionali di solidarietà (International Campaign for Justice in Bhopal), che hanno permesso al caso di restare sulla scena internazionale ben oltre i confini indiani, un fattore che ha probabilmente contribuito a mantenere aperta, per quattro decenni, la pressione politica su un'azienda multinazionale.

Dai pescatori ai malati, il movimento kogai

A Minamata la mobilitazione nasce in prima battuta non dai malati ma dai pescatori, danneggiati nel loro reddito ben prima che la malattia fosse identificata: già nel 1959 le cooperative di pesca occupano più volte lo stabilimento Chisso per chiedere un risarcimento, arrivando a scontri fisici con la sicurezza aziendale e a un intervento della polizia. Solo successivamente, e con maggiore difficoltà, si organizzarono le famiglie dei malati.

Il motivo di questa asimmetria iniziale è rivelatore: mentre i pescatori godevano di una struttura organizzativa preesistente (le cooperative), i malati di Minamata si trovavano in una posizione sociale assai più debole, colpiti da un doppio stigma: la malattia stessa e il sospetto di voler danneggiare l'unico grande datore di lavoro della città, tanto che molte famiglie preferirono a lungo non farsi riconoscere come vittime. Il primo accordo del 1959 tra la Chisso e la neonata Associazione delle famiglie dei pazienti fu un "risarcimento di cortesia" (mimaikin) che non implicava alcuna ammissione di responsabilità, e che anzi vincolava le famiglie a non presentare ulteriori richieste.

La svolta arriva un decennio più tardi. Con la crescita economica giapponese degli anni Sessanta, cambia il contesto politico e legale: nel 1969, per la prima volta, un gruppo di pazienti porta la Chisso in tribunale, in quello che gli storici definiscono il quarto e ultimo dei grandi casi kogai, la parola giapponese che indica non solo l’inquinamento industriale ma il danno che porta alla salute pubblica. Prima di Minamata erano arrivati alle aule del tribunale il caso di Toyama (inquinamento da cadmio), Yokkaichi (anidride solforosa) e Niigata (di nuovo metilmercurio). 
Nasce una fase di attivismo molto più aggressivo e mediaticamente sofisticato: i pazienti e i loro sostenitori acquistano azioni Chisso per poter partecipare alle assemblee societarie e confrontarsi direttamente con i dirigenti, organizzano "negoziati diretti" (chokuso) alla sede di Tokyo. Le proteste diventano un appuntamento fisso dei telegiornali nazionali.
Il fotografo statunitense W. Eugene Smith, che ha documentato per anni la vicenda arrivando a essere aggredito e gravemente ferito nel 1972 da dipendenti Chisso che volevano impedirgli di continuare a fotografare i pazienti, resta l'emblema di come Minamata sia diventato anche un caso di risonanza internazionale attraverso l'immagine fotografica. Nel 2020 esce anche un film Il caso Minamata, con Johnny Depp, nel ruolo del fotografo. 

Il movimento produce anche alcune figure-simbolo che meritano di essere ricordate: Teruo Kawamoto, radicalizzato dalla morte del padre per la malattia, divenne l'unico paziente di Minamata a essere eletto in un consiglio locale. Eiko Sugimoto continuò a pescare nonostante la disabilità, in un gesto di rifiuto simbolico dell'abbandono del mare imposto dall'inquinamento. 


Halifax: tra solidarietà e discriminazione 

In questo confronto il caso di Halifax è quello che meglio illumina per contrasto gli altri due. Non nascono movimenti di rivendicazione perché non c’è un unico soggetto responsabile, le navi coinvolte appartenevano a compagnie di navigazione straniere in un contesto di traffico bellico internazionale, e la stessa inchiesta giudiziaria, condotta dal giudice Arthur Drysdale, si concentra sull'attribuzione di colpa tra l'equipaggio della Mont-Blanc, il pilota e il comandante della marina canadese responsabile della sicurezza portuale, un contenzioso tecnico-legale, non un conflitto sociale tra comunità e impresa.
A prevalere è la risposta immediata di solidarietà: già nelle ore successive all'esplosione arrivano soccorsi da tutto il Canada e, soprattutto, dal Massachusetts, che invia treni con medici, infermieri e materiale sanitario. Da quel gesto nasce la tradizione, ancora oggi viva, dell'abete che la Nuova Scozia dona ogni anno alla città di Boston in segno di gratitudine, un'eredità culturale che è quasi l'opposto della memoria conflittuale coltivata a Bhopal e Minamata.
La gestione dei risarcimenti viene affidata a un organismo centralizzato e paternalistico, la Halifax Relief Commission, gestito dall'élite cittadina con l'obiettivo dichiarato di riportare la popolazione al proprio stato pre-esplosione. Solo la ricerca storica più recente ha portato alla luce un aspetto rimasto a lungo sotterraneo: gli studi di Mark Culligan e Katrin MacPhee hanno documentato come i richiedenti afro-discendenti, gli African Nova Scotians, abbiano ricevuto sistematicamente risarcimenti inferiori, con un tasso di scetticismo dei periti sociali verso le loro richieste di danno più che doppio rispetto alla media degli altri richiedenti.
In un certo senso, si può dire che a Halifax un movimento di rivendicazione sia nato solo un secolo dopo, attraverso il lavoro di ricostruzione storica e di giustizia retrospettiva condotto oggi da ricercatori e comunità che chiedono un riconoscimento pubblico delle disparità subite. 

 Scarlino: dai fanghi rossi ai gessi rossi

Torniamo in Italia, dove il caso di Scarlino, in Maremma, ribalta lo schema visto finora: qui la mobilitazione civile non arriva dopo un disastro, ma lo previene con successo. Peccato che il problema ambientale, risolto in mare, si ripresenti decenni dopo sotto un’altra forma sulla terraferma, utile promemoria che spostare un rifiuto da un comparto ambientale a un altro non equivale a eliminarlo.

Ed ecco la storia: dove oggi sorge lo stabilimento del Casone di Scarlino (provincia di Grosseto), fino al 1960 c'era una fattoria. Nel 1962 la Montecatini acquista i terreni e costruisce un impianto per la produzione di acido solforico, legato allo sfruttamento dei minerali di pirite delle Colline Metallifere. Nel 1966 la Montecatini si fonde con la Edison, nasce la Montedison, che decide di usare lo stabilimento anche per produrre biossido di titanio (TiO2), pigmento allora molto richiesto sul mercato europeo. Il processo scelto è quello al solfato, che utilizza un minerale abbondante, l’ilmenite, anziché il più raro rutilio richiesto dal processo al cloro, generando però un ingente scarto liquido-fangoso di colore rosso, ricco di solfati e ossidi di ferro: i "fanghi rossi".
Nel 1971 la Montedison chiede al ministero della Marina Mercantile l'autorizzazione a scaricare i fanghi rossi in mare, tra la Toscana e la Corsica. Il comune di Scarlino, interpellato dalla Prefettura di Grosseto, incarica un proprio tecnico di analizzare la questione: le analisi rivelano un'elevata tossicità, con effetti devastanti su ambiente marino e pesca. Si apre, così, una battaglia lunga diciassette anni che vede alleati, in una rara configurazione, il comune di Scarlino, i sindacati e gli stessi operai dello stabilimento, la Regione Toscana e i comuni costieri, contro la Montedison. 
La vicenda ha eco internazionale e porta, nel 1978, a due risultati concreti: la Direttiva europea 78/176/CEE del 20 febbraio 1978, che obbliga tutti gli Stati membri a dotare gli stabilimenti di impianti idonei a rendere innocui i residui inquinanti prima di scaricarli in mare, e la prima legislazione organica italiana a tutela delle acque (la cosiddetta "legge Merli", l. 319/1976). 
Gli sversamenti a mare cessano: una battaglia, vinta, considerata da più osservatori la prima vera lotta ambientalista italiana, capace di dimostrare che ambiente e occupazione non sono necessariamente in conflitto.

Fermati gli scarichi a mare, i fanghi rossi si avviano su un altro processo: vengono trattati e neutralizzati con carbonato e idrossido di calcio, diventando un rifiuto solido, i “gessi rossi", un impasto che mescola questo residuo con la marmettola, lo scarto della lavorazione del marmo delle cave di Carrara. Il problema ambientale non è stato eliminato, ma cambia stato fisico e decennio.

A partire dal 2004 questi gessi rossi vengono utilizzati per il ripristino ambientale di una cava di marmo esaurita, quella di Poggio Speranzona a Montioni (Follonica), a circa 20 km dallo stabilimento. Tra il 2006 e il 2017 tre deroghe (due statali, una legge regionale toscana) aumentano le concentrazioni ammesse di solfati e cloruri nel materiale.  Si scopre, però, che il fondo della cava non è impermeabilizzato: gli inquinanti si infiltrano per anni nella falda acquifera sottostante, sforando i limiti di legge. Una Commissione parlamentare d'inchiesta sulle ecomafie ha stimato che, smaltendo il materiale in questo modo anziché in discarica autorizzata, le aziende coinvolte avrebbero risparmiato tra i 200 e i 240 milioni di euro in circa quindici anni.
Ne è nata un'inchiesta penale della Direzione distrettuale Antimafia di Firenze, con perquisizioni, responsabili aziendali e istituzionali indagati, finché nel 2022 la Regione Toscana diffida l'azienda, bloccando di fatto il conferimento in cava.

Dal 2023 lo stabilimento ferma quasi completamente la produzione, per una combinazione di crollo della domanda globale di TiO2, dumping dei produttori cinesi, costi energetici e l'incognita irrisolta sui gessi rossi. Per circa due anni e mezzo oltre 200 lavoratori restano in cassa integrazione. Alla fine del 2025 arriva la svolta: il 19 novembre la Regione Toscana autorizza lo stoccaggio dei gessi rossi nell'area degli ex bacini fanghi dello stabilimento per sette anni, previa messa in sicurezza permanente del sito, una nuova società, la Nuova Solmine (gruppo Solmar) rileva lo stabilimento e si impegna a riassumere tutti i lavoratori. A febbraio di quest’anno l'impianto, ribattezzato SolTiox, riparte ufficialmente con la produzione. Ma questa è un’altra storia.
 


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