fbpx Il CNR e la valutazione dell'ANVUR | Scienza in rete

Il CNR e la valutazione dell'ANVUR

Primary tabs

Tempo di lettura: 3 mins

Luigi Nicolais, il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, non ha nascosto una certa delusione. Il CNR, che proprio quest’anno festeggia il suo novantesimo compleanno, non è uscito bene dalla Valutazione sulla Qualità della Ricerca effettuata dall’ANVUR (l’Agenzia nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca), i cui risultati sono stati resi noti nei giorni scorsi.

La valutazione, come Scienzainrete ha già riportato, ha interessato intero 95 università, 12 Enti Pubblici di Ricerca vigilati dal MIUR e 26 enti “volontari”. Nelle 14 aree disciplinari prese in considerazione solo in due il Cnr ha avuto una valutazione superiore alla media: nell’area 9 (ingegneria industriale e dell’informazione) e nell’area 11 (storia, filosofia, pedagogia, psicologia). In tutte le altre 12 aree il complesso dei prodotti presentati dai ricercatori del CNR è risultato di qualità inferiore alla media.

Perché?

La domanda è importante. Per almeno tre motivi. Il CNR è il più grande Ente pubblico di ricerca – anzi, è la a più grande struttura di ricerca – d’Italia. È la struttura italiana che ha il maggior peso quantitativo nel sistema di ricerca internazionale. Ha una vocazione generalista: è l’unico Ente pubblico presente in tutte le 14 aree disciplinari.
Perché, dunque, la qualità della ricerca nel CNR è risultata, in media, inferiore a quella delle università e degli altri Enti pubblici? A questa nostra domanda, Luigi Nicolais ha risposto: «L’applicazione degli indicatori ha considerato solo alcune delle attività del CNR non restituendo compiutamente tutto il suo valore». In altri termini nella sua valutazione l’ANVUR non ha preso in considerazione tutta una serie di servizi che il CNR rende al paese e che, gioco forza, distraggono dalla ricerca. Per chi fa ricerca nelle università, per esempio, si è tenuto conto del carico didattico. Per il CNR non si è tenuto conto delle sue attività funzionali.

Possiamo aggiungere che ci sono almeno altri due fattori che hanno portato, probabilmente, a sottostimare la reale qualità della ricerca del CNR. La prima è che l’Ente è grande e generalista. E quindi – proprio come è successo con le grandi università che hanno perso il confronto con alcune minori – le sue performance tendono ad appiattirsi verso la media, uscendo penalizzato dal confronto con Enti o centri più piccoli e più specializzati. Probabilmente nelle classifiche dell’ANVUR dovrebbero comparire i singoli istituti (circa cento) del CNR e non l’Ente nel suo complesso.
Inoltre l’ANVUR ha rilevato che tra prodotti non consegnati e prodotti penalizzati, mancano all’appello il 13,52% dei prodotti attesi dal CNR, contro una media dell’intero comparto della ricerca del 9,07%. Una differenza di quasi il 5%, dovuta anche a una sorta di sciopero bianco di alcuni ricercatori dell’Ente che hanno rifiutato in via preliminare la valutazione.

Alla luce di questi fatti, sarebbero sbagliate due posizioni, speculari e opposte. Una, che tende a condannare quei “fannulloni del CNR”. Non è così. L’Ente vanta ottimi ricercatori e ottimi istituti che lavorano bene in tutti i campi, o quasi, della produzione di nuova conoscenza.
Ma sarebbe anche sbagliata anche la posizione opposta. Quella di assolvere l’Ente e condannare la valutazione dell’ANVUR. La mancanza di alcuni indicatori capaci di “pesare” meglio l’Ente, sostiene giustamente Luigi Nicolais: «Non deve diventare un alibi e  rallentare il processo di miglioramento delle attività e delle ricerche che già ci vedono come CNR ai primi posti in Europa».

Più in generale, rispetto alle valutazione dell’ANVUR: «È importante che non si strumentalizzino i risultati per delegittimare il lavoro e le attività di istituti prestigiosi e di università importanti. Ritengo invece che raffinando e migliorando l'intero processo valutativo, ampliando e valorizzando adeguatamente la gamma delle attività da esaminare, il sistema della ricerca scientifica e dell’alta formazione ne uscirà vincente e irrobustito».


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Il fenomeno tradwife tra marketing e geopolitica

Una donna in abiti vintage impasta il pane tenuta da fili da marionetta

Dietro le immagini di pane fatto in casa, bambini sorridenti e fattorie da cartolina si nasconde uno dei fenomeni culturali più controversi degli ultimi anni: le tradwives, influencer che celebrano il ritorno ai ruoli di genere tradizionali e alla dedizione esclusiva alla famiglia. Raccolgono milioni di follower sui social, ma il loro successo non racconta soltanto una nostalgia per la vita domestica. Perché il modello della “moglie tradizionale” è di fatto un progetto culturale e politico che rimette al centro il controllo del corpo femminile e della famiglia.

Immagine di copertina realizzata con ChatGPT

Negli ultimi anni, le piattaforme social come TikTok e Instagram hanno assistito alla proliferazione di un trend culturale: il movimento delle tradwives, abbreviazione di traditional wives, mogli tradizionali. Questo fenomeno vede giovani donne promuovere il ritorno a una rigida divisione dei ruoli di genere, alla sottomissione volontaria al marito e alla dedizione esclusiva alla cura della casa e della prole.