fbpx Clima moderno più sensibile a CO2 | Page 10 | Scienza in rete

Clima moderno più sensibile a CO2

Read time: 2 mins

Mentre per i nostri giorni è ormai assodato uno stretto legame tra i livelli di anidride carbonica e il clima globale, uno studio mostra che tra i 5 e i 12 milioni di anni fa la situazione era ben differente.

La conclusione alla quale sono giunti Jonathan LaRiviere (University of California – Santa Cruz) e collaboratori, pubblicata recentemente su Nature, è che il clima caldo che caratterizzò il tardo Miocene non può essere imputato a elevati livelli di CO2. In quel periodo, infatti, le temperature della regione del Pacifico del nord erano 5-8 °C più elevate di quelle dei nostri giorni, a fronte di un livello di concentrazione di anidride carbonica paragonabile a quello riscontrabile prima della Rivoluzione industriale. L’andamento climatico è stato ricostruito dai ricercatori analizzando i microscopici scheletri del plancton depositatisi sui fondali marini e successivamente sepolti dai sedimenti.

A cosa imputare quel riscaldamento? Secondo LaRiviere e il suo team, un ruolo chiave l’avrebbe giocato la circolazione oceanica, sia per la forma e l’estensione delle distese marine, completamente differenti da quelle attuali, sia per un termoclino (la demarcazione tra acque superficiali calde e acque profonde più fredde) posto più in profondità di quanto non lo sia oggi. Questo avrebbe pesantemente influenzato il meccanismo del vapore atmosferico e la distribuzione delle nubi con il conseguente innalzamento della temperatura che caratterizzo il tardo Miocene.
Con l’inizio del Pliocene, circa 5 milioni di anni fa, la distribuzione delle terre emerse e la circolazione oceanica divennero più simili a quelle attuali e questo coincise con un calo delle temperature globali, un termoclino meno profondo e la comparsa di grandi distese di ghiaccio nell’emisfero settentrionale. In altre parole, la situazione climatica ben nota al genere umano.

National Science Foundation

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Clima

prossimo articolo

Vedere le faglie in 3D grazie al machine learning

prefettura dell aquila dopo il terremoto del 2019

Un sistema di algoritmi di machine learning permette di ricostruire la geometria tridimensionale delle faglie sismiche a partire solo dalla posizione degli ipocentri, rivelando la loro struttura gerarchica e segmentata. L’approccio, sviluppato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Napoli Federico II e testato su diverse sequenze sismiche, potrebbe migliorare i modelli di previsione probabilistica operativa dei terremoti. Nell'immagine il palazzo della prefettura a L'Aquila dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Credit: TheWiz83/Wikipedia (CC BY-SA 3.0). 

Siamo abituati a immaginare le faglie come piani, a separazione di blocchi di roccia che muovendosi l’uno rispetto all’altro generano i terremoti. In realtà, le faglie hanno geometrie molto più complicate. Più che come piani, dovremmo immaginarle come sottili parallelepipedi, strati di roccia con un certo spessore, all’interno dei quali si trovano altre faglie più piccole, e così via in un meccanismo di segmentazione gerarchico.