fbpx Il mistero verde di Van Gogh | Page 18 | Scienza in rete

Il mistero verde di Van Gogh

Read time: 2 mins

Il bianco di Van Gogh vira al verde. Come spiegarlo? ci sono riusciti i ricercatori dei Dipartimenti di Chimica e di Fisica del Politecnico di Milano che hanno analizzato uno dei pochi acquarelli del pittore disponibili in Italia, che fa parte della Collezione Grassi della Galleria d’Arte Moderna di Milano: “Les bretonnes et le pardon de pont Aven” del 1888.
I risultati, pubblicati su Applied Physics A, hanno accertato il fatto che il pittore olandese usava un particolare pigmento a base di ossifo di zinco, con solfuro di zinco e altri metalli in tracce, responsabile di una strana fluorescenza di colore verde in corrispondenza delle zone dipinte di bianco. Il fenomeno è stato rivelato grazie a una misurazione dello spettro di riflettanza e fluorescenza dell'opera ottenuto attraverso una lettura multipsettrale dell'immagine, e un sistema detto “Fluorescence Lifetime Imaging (FLIM)”, sviluppato al Politecnico, che ha consentito di misurare la straordinaria persistenza della fluorescenza..

L'ipotesi dei ricercatori è che Van Gogh si sia servito di un pigmento in grado di agire come semiconduttore (e quindi generare quella fluorescenza molto persistente), frutto probabilmente di sostanze che cominciavano a venir prodotte allora dalla chimica di sintesi per i tubi catodici degli strumenti scientifici di fine Ottocento, capaci di emettere una luce bianco-verdastra quando venicano eccitati con un fascio di elettroni.

Ma il geniale pittore sarà stato consapevole di tutto questo nella scelta del colore? E' questo che i ricercatori si prefiggono di capire nel prosieguo degli studi, analizzando anche altre sue opere.

Fonte: “On the discovery of an unusual luminescent pigment in Van Gogh’s painting Les bretonnes et le pardon de pont Aven”, “Applied Physics A”, Novembre 2011. http://www.springerlink.com/content/9602317859p5g80j/

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Chimica

prossimo articolo

Dentro la stanza ginecologica: perché il design è anche una questione di salute

ginecologo con speculum in mano

E se la visita ginecologica non fosse un rituale immutabile, ma una scena da riscrivere? Nel suo saggio "La sedia del sadico", Chiara Alessi mostra come strumenti e spazi medici riflettano gerarchie e standard costruiti sul corpo maschile, contribuendo al disagio di molte pazienti. Ripensare design, ruoli e prospettive non è solo una questione simbolica: può trasformare l’esperienza della cura e migliorare l’accesso alla salute.

Immaginate di essere nello studio del vostro ginecologo o della vostra ginecologa.  L’esperienza è condizionata dagli oggetti che si trovano nella stanza ginecologica. C’è una differenza, però, rispetto al solito: infatti non siete lì in quanto paziente ma siete voi stesse la figura medica. Per una volta avete il potere e il privilegio di decidere: cosa cambiereste di questo ambiente per sentirvi più a vostro agio durante la visita?