I gemelli sono svantaggiati nell’evoluzione, ma i loro fratelli singoli hanno una marcia in più. Ecco perché nella specie umana si sarebbe mantenuto nel tempo il fenomeno delle gravidanze gemellari, sebbene queste garantissero minori probabilità di sopravvivenza: il parto, senza l’assistenza fornita dalla moderna ostetricia, era più difficile; i neonati tendono a essere di basso peso alla nascita, spesso prematuri, e devono dividersi il latte materno. La possibile spiegazione viene da uno studio condotto in Gambia, dove dagli anni Cinquanta il Medical Research Council britannico, oltre a fornire cure mediche, raccoglie dati. Ian Rickard, ricercatore dell’Università di Sheffield, ha esaminato quelli relativi a quasi 1900 bambini nati nel corso di una trentina di anni, andando poi a verificare quali di questi avevano coppie di gemelli tra i loro fratelli. Dallo studio è emerso che quando le madri che avevano avuto gravidanze gemellari davano alla luce neonati singoli, questi avevano un peso alla nascita superiore in media di 226 grammi rispetto ai figli di donne che non avevano mai avuto gemelli. Ma la cosa sorprendente è che il peso alla nascita fosse maggiore, di 134 grammi in media, anche quando la gravidanza singola precedeva quella gemellare. «Non si tratta quindi solo del maggiore afflusso di sangue all’utero indotto dalle aumentate necessità, che lo predispone meglio a gravidanze successive» spiega il ricercatore. «La nostra ipotesi è che le donne predisposte ad avere gemelli abbiano per loro natura in circolo livelli più elevati di IGF-1, che oltre a favorire ovulazioni multiple stimola la crescita ponderale del feto». Lo stesso fattore di crescita che le rende madri di gemelli le aiuta quindi a far nascere neonati singoli più in carne, e quindi con maggiori probabilità di sopravvivenza.
Il vantaggio di avere i gemelli
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Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).
Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.