Nelle persone in coma si può capire se c’è un livello anche minimo di coscienza o se il loro è un vero e proprio stato vegetativo. Lo ha dimostrato un gruppo di ricerca internazionale a cui ha partecipato anche Marcello Massimini, del Dipartimento di Scienze Cliniche dell’Università di Milano, con uno studio pubblicato in questi giorni su Science. Sottoponendo questi ammalati a un forte stimolo, per esempio un tono acustico diverso in una sequenza di toni omogenei, quelli ancora in grado di manifestare, seppur in modo sporadico e incostante, la presenza di un qualche livello di coscienza rispondono come i sani: a una prima un’onda di attivazione neurale che procede, dal basso verso l’alto, dalle aree corticali sensoriali primarie del lobo temporale verso le aree associative frontali, ne segue un’altra in direzione opposta, per questo detta top-down. Lo studio dimostra che questa seconda onda di rientro, dalle aree frontali associative a quelle sensoriali, manca invece nei pazienti in cui la diagnosi di stato vegetativo è assodata. Dal punto di vista teorico, la ricerca conferma che la coscienza dipende dalla capacità di diverse aree cerebrali di influenzarsi reciprocamente in maniera dinamica; da quello pratico, se i suoi risultati saranno confermati, potrà offrire un nuovo strumento per la valutazione di questi pazienti.
Un barlume di coscienza si vede
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Fascisti e antisemiti

Mettere in discussione il valore educativo delle visite ad Auschwitz significa ignorare la loro forza morale e civile. Ma la memoria non può fermarsi ai Lager: senza uno studio rigoroso del ruolo svolto dal fascismo italiano nella persecuzione degli ebrei e nella repressione antipartigiana, il rischio è quello di perpetuare un racconto autoassolutorio. Per il Giorno della Memoria, Simonetta Pagliani ricostruisce responsabilità, strutture e complicità italiane, ricordandoci perché conoscere quei fatti sia indispensabile per una memoria storica onesta e consapevole.
In copertina: celle della Risiera di San Sabba. Crediti: Andreas Manessinger/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 2.0
Recentemente un'esponente governativa ha messo in dubbio il valore delle visite scolastiche ad Auschwitz, ritenute strumentali ad addebitare l'antisemitismo al fascismo. Al contrario, chi scrive ritiene che per le scolaresche liceali la visione diretta dei campi di concentramento nazisti abbia una portata morale indiscutibile. Questo perché riesce a rendere reali le dimensioni dell'orrore, ma allo stesso tempo dovrebbe essere integrata dall'analisi storica del ruolo avuto in quelle vicende dall'Italia fascista.