Controllare i livelli di PSA nel sangue non influisce sulla probabilità di morire per tumore della prostata. Dopo vent’anni di osservazione di una coorte di oltre 9.000 svedesi tra i 50 e i 69 anni gli autori del nuovo lavoro pubblicato sul British Medical Journal non hanno osservato nessun vantaggio in termini di sopravvivenza tra i quasi 1.500 uomini sottoposti ai controlli ogni tre anni rispetto agli altri. E’ vero che nel gruppo esaminato sono stati trovati in percentuale più tumori, e in fase più avanzata, ma da questa diagnosi precoce i pazienti non hanno tratto alcun beneficio statisticamente significativo. La notizia non sarebbe tale, visti i tanti studi arrivati alla medesima conclusione e le raccomandazioni contro lo screening che vengono dall’American Cancer Society e da molte altre autorevoli società scientifiche. Occorre comunque segnalarla dal momento che in Italia il test si continua a prescrivere a tutti gli uomini cinquantenni, quando non ai quarantenni, nel corso di ogni check up od occasionale esame del sangue. E lo si fa di regola senza informare il diretto interessato dei rischi che corre con questa semplice analisi: dover essere sottoposto a un esame invasivo come la biopsia della prostata per via trans rettale e, nel caso sia confermata la presenza di un tumore, essere operato senza sapere se il nodulo avrebbe mai compromesso la sua sopravvivenza (mentre l’intervento con alte percentuali di probabilità comprometterà la sua qualità di vita, provocando disfunzioni erettili e incontinenza urinaria).
Niente da fare per il PSA
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Niente panico! Siamo a scuola

Il tema della salute mentale dei giovani è al centro del dibattito pubblico, ma insieme all’attenzione cresce anche il timore di approcci inutilmente medicalizzanti. La promozione della salute, volta piuttosto a rafforzare le risorse individuali e intervenire anche sui contesti che creano disagio, potrebbe essere di maggiore aiuto. L’esperienza di Panikit, un kit di pacificazione con gli attacchi di panico appare un modello promettente.
Negli ultimi anni, la salute mentale dei giovani è al centro del dibattito pubblico e oggetto di numerose iniziative. Tuttavia, nonostante gli sforzi e le buone intenzioni, i risultati non sempre appaiono incoraggianti: molti studenti vivono a scuola condizioni di ansia e attacchi di panico, talvolta inabilitanti. Quando il confine tra ciò che consideriamo sofferenza, disturbo, malattia si allarga, può crescere la tendenza a medicalizzare problemi che hanno anche radici sociali, relazionali e contestuali.