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Niente da fare per il PSA

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Controllare i livelli di PSA nel sangue non influisce sulla probabilità di morire per tumore della prostata. Dopo vent’anni di osservazione di una coorte di oltre 9.000 svedesi tra i 50 e i 69 anni gli autori del nuovo lavoro pubblicato sul British Medical Journal non hanno osservato nessun vantaggio in termini di sopravvivenza tra i quasi 1.500 uomini sottoposti ai controlli ogni tre anni rispetto agli altri. E’ vero che nel gruppo esaminato sono stati trovati in percentuale più tumori, e in fase più avanzata, ma da questa diagnosi precoce i pazienti non hanno tratto alcun beneficio statisticamente significativo. La notizia non sarebbe tale, visti i tanti studi arrivati alla medesima conclusione e le raccomandazioni contro lo screening che vengono dall’American Cancer Society e da molte altre autorevoli società scientifiche. Occorre comunque segnalarla dal momento che in Italia il test si continua a prescrivere a tutti gli uomini cinquantenni, quando non ai quarantenni, nel corso di ogni check up od occasionale esame del sangue. E lo si fa di regola senza informare il diretto interessato dei rischi che corre con questa semplice analisi: dover essere sottoposto a un esame invasivo come la biopsia della prostata per via trans rettale e, nel caso sia confermata la presenza di un tumore, essere operato senza sapere se il nodulo avrebbe mai compromesso la sua sopravvivenza (mentre l’intervento con alte percentuali di probabilità comprometterà la sua qualità di vita, provocando disfunzioni erettili e incontinenza urinaria).    

BMJ 2011; 342:d1539

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Il CREA rischia una grave perdita di autorevolezza scientifica

In una lettera aperta un gruppo di ricercatori, fra i quali il Nobel Giorgio Parisi, Elena Cattaneo e Paola Bonfante, esprime la preoccupazione per le nuove nomine di direttori del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria), l'ente nazionale di ricerca vigilato dal  Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Le nomine sembrano infatti «trascurare l’attinenza fra la carriera scientifica dei prescelti come direttori e le aree di ricerca dei Centri». Alcuni profili dei nuovi direttori mostrano curricula da «giovane borsista» più che da ricercatore maturo».In conclusione: «Chiediamo quindi che le procedure di nomina dei Direttori dei Centri CREA siano rese pienamente trasparenti, verificabili e fondate su criteri scientifici chiari, comparabili e coerenti con la missione dei singoli Centri. Il Paese ha bisogno di un CREA forte, autorevole e rispettato a livello internazionale. Per esserlo, deve essere guidato da figure scientificamente riconosciute nei settori che sono chiamate a rappresentare».

Il CREA è il principale ente pubblico italiano di ricerca in agricoltura e scienze agroalimentari. Per questo, le recenti nomine da parte della dirigenza dei 12 Direttori dei suoi Centri di ricerca non possono essere considerate una vicenda interna all’Ente, ma riguardano la credibilità stessa della ricerca pubblica nazionale in un settore strategico per il Paese.