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Da Chernobyl a Fukushima e ritorno

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Non si può dire che la lezione di Chernobyl non sia servita ai giapponesi. Per quanto anche il governo nipponico sia stato accusato di una certa reticenza nell’informazione, ha comunque ordinato l’evacuazione di chi abitava nei pressi della centrale nel giro di poche ore dall’inizio dell’emergenza, estendendo la zona protetta a 20 chilometri il giorno successivo; ha distribuito 250.000 compresse allo iodio; ha bandito la vendita di prodotti alimentari e in particolare di latte provenienti dalle zone a rischio. E ciò, nonostante il fatto che la gravità dell’incidente e la quantità di radiazioni liberate nell’ambiente a Fukushima al momento appare molto inferiore rispetto alla nube prodotta il 26 aprile del 1986.

Un articolo pubblicato ieri su Nature auspica però che la nuova attenzione suscitata dalla tragedia giapponese possa viceversa riportare i riflettori (e i finanziamenti) sulla centrale posta sul confine tra Ucraina e Bielorussia. Per quanto ormai in disuso, l’impianto non è ancora in completa sicurezza: il sarcofago in cui il reattore è stato sepolto dà già segni di cedimento, per cui è previsto un nuovo progetto che dovrebbe rendere del tutto sicura l’area per il 2065. Ma all’International Chernobyl Shelter Fund che dovrebbe provvedere alla bonifica con 1,4 miliardi di dollari manca ancora metà del denaro. Con la conferenza che si terrà a Kiev dal 20 al 22 aprile, anche grazie alla rinnovata sensibilizzazione da parte dell’opinione pubblica, si spera di raccogliere i fondi necessari non solo per i lavori necessari, ma anche per gli studi epidemiologici che possano definire in maniera più chiara di quanto è stato detto in questo giorni quali siano i rischi effettivi per la salute dell’esposizione alle radiazioni, nel tempo e in relazione alle dosi assorbite.

Nature pubblicato online il 28 marzo 2011

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Nipah, in Europa il virus non spaventa. Ma il contesto sì

virus Nipah al microscopio

Durante la pandemia di Covid-19 il film Contagion sembrò anticipare la realtà: zoonosi, risposta sanitaria globale, disinformazione. Oggi un focolaio di Nipah virus in India riporta l’attenzione su questi scenari. Il rischio per l’Europa resta basso, ma il contesto è cambiato: la cooperazione internazionale è più fragile, dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità. La domanda non è se scattare l’allarme, ma come rafforzare una risposta globale efficace.

In copertina: fotografia al microscopio ottico del Nipah virus. Crediti NIAID/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY 2.0

Durante la pandemia da Covid-19, il film Contagion del 2011 ebbe un picco di popolarità, perché in effetti la risposta della comunità internazionale (tra cui i CDC statunitensi erano in prima fila) alla minaccia di una pandemia aveva parecchie somiglianze con quello che stava succedendo nel mondo al di fuori dello schermo. Nel film, il virus che causava appunto il contagio era sconosciuto, proveniva dal mondo animale, più precisamente dai pipistrelli che, disturbati dalle attività umane nel loro habitat naturale, andavano a infettare dei maiali.