Un gruppo di ricercatori ha scoperto che una significativa porzione della polvere sahariana presente in atmosfera potrebbe essere ricondotta all'intensificazione delle coltivazioni agricole nelle regioni a sud del Sahara.
Lo studio, pubblicato su Nature, è opera del team di Stefan Mulitza (Dipartimento di geologia marina dell'Università di Brema) e si fonda sull'analisi dei sedimenti nella regione detta Mauritania Canyon, posta a ridosso del Sahel, la parte più meridionale del deserto del Sahara. Poichè è possibile distinguere le polveri depositate dal vento da quelle trasportate dalle acque piovane, i sedimenti permettono di ricostruire i cicli di precipitazioni e di siccità in quella regione negli ultimi 3000 anni.
Mulitza e collaboratori hanno individuato un notevole incremento della componente trasportata dal vento a partire dal XIX secolo, cioè da quando nella regione del Sahel si è notevolmente sviluppata l'agricoltura commerciale. Questa scoperta, secondo i ricercatori, indica una chiara influenza umana nei meccanismi di generazione di quelle polveri del Sahara che tanta parte hanno in molti meccanismi climatici globali. Il fenomeno delle polveri sahariane, infatti, è tutt'altro che locale. Basti dire che una stazione meteorologica a Barbados, nel Mar dei Caraibi, è dalla sua entrata in servizio negli anni Sessanta che raccoglie campioni di polveri provenienti dal Sahara.
Polvere sahariana e agricoltura
prossimo articolo
Parte il Piano nazionale sementi biologiche

Il biologico è davvero più sostenibile, competitivo e capace di tutelare la biodiversità? In un contesto di forte crescita delle superfici coltivate senza adeguata disponibilità di sementi certificate, prende avvio il Piano nazionale delle sementi biologiche (PNSB). Il progetto, coordinato dal CREA e finanziato dal MASAF, mira a sviluppare varietà adatte ai diversi contesti italiani, ridurre le deroghe all’uso di materiale non biologico e rafforzare l’intera filiera, dalla selezione varietale alla certificazione
L’agricoltura biologica inquina meno e rispetta l’ambiente? Promuove la biodiversità? Può competere con l’agricoltura tradizionale? È solo un marchio di certificazione o implica qualcosa in più? Anche per rispondere a questi quesiti ha preso il via il Piano nazionale delle sementi biologiche (PNSB), un progetto triennale finanziato dal Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF) e attuato dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA).