Dieci anni di osservazioni comportamentali di un gruppo di scimpanzé in Uganda hanno mostrato che i casi di aggressione contro individui di gruppi confinanti sono dettati dalla spinta ad ampliare il proprio territorio.
Non è solo l'uomo, dunque, ad essere animato dalla sete di conquista. Tre primatologi – John Mitani (University of Michigan), Ann Arbor (Yale University) e Sylvia Amsler (University of Arkansas – hanno seguito dal 1999 al 2008 il comportamento degli scimpanzé maschi appartenenti al gruppo Ngogo nel Parco Nazionale Ugandese di Kibale. Dei 21 casi di aggressione contro individui che occupavano territori confinanti, 13 si sono verificati in zone che attualmente sono occupate unicamente dagli scimpanzé Ngogo. Le aggressioni, dunque, sono sfociate in una vera e propria conquista di nuovi territori.
Queste aggressioni mortali tra scimpanzé sono studiate dalla metà degli anni Ottanta, ma i motivi della violenza non sono mai stati pienamente chiariti. Qualche ricercatore ha suggerito che alla base vi fosse la ricerca di territori più ricchi o l'aggregazione al gruppo di nuove femmine. Le osservazioni di Mitani, Arbor e Amsel – pubblicate su Current Biology – non sembrano però confermare tale supposizione. Il gruppo Ngogo, infatti, occupa una regione particolarmente ricca di risorse e nessuna delle femmine dei gruppi sconfitti si è aggiunta al gruppo vincitore.
Scimpanzé conquistatori
prossimo articolo
Come non pubblicare in medicina: perché le riviste rifiutano i lavori

Tra errori clamorosi, vizi strutturali e nuove sfide come l’intelligenza artificiale, il nuovo libro di Luca De Fiore, "Come non pubblicare in medicina" (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), ribalta con ironia le regole della pubblicazione scientifica per mostrarne i limiti più profondi. Non solo un manuale per evitare brutte figure , ma una riflessione su un sistema imperfetto e sempre più bisognoso di trasparenza, ma ancora necessario.
«Gentile direttore del New England Journal of Medicine…»: peccato che l’indirizzo fosse quello dell’editor di Jama. È successo mille volte, racconta Robert M. Golub: il destinatario era lui, all’epoca executive deputy editor della seconda rivista, e tutte le volte che ha letto un’intestazione così clamorosamente sbagliata ha pensato che gli autori della mail non dovessero essere campioni della cura del dettaglio. Succede. Come succede di dimenticarsi le tracce delle revisioni ancora visibili o di inciampare in sciatterie di formattazione, e anche molto peggio.