fbpx Il senso di una marcia indietro | Scienza in rete

Il senso di una marcia indietro

Tempo di lettura: 3 mins

Tra le prime mosse della nuova Commissione europea fa scalpore e crea disagio l’inatteso ritorno dell’Ema sotto la giurisdizione del Direttorato dell’Industria.
L’Ema, l’agenzia europea di cui la Commissione si avvale per l’approvazione al commercio dei nuovi farmaci, era stata sotto tale giurisdizione fin dalla sua nascita a metà degli anni Novanta. C’erano voluti oltre quindici anni per convincere la Commissione dell’inopportunità politica di quella collocazione: i farmaci - sostenevano più voci nell’ambito della comunità scientifica e delle associazioni dei pazienti - non sono assimilabili a qualsiasi altro bene di consumo. Lasciando l’Ema sotto l’Industria la Commissione dava l’impressione di privilegiare l’interesse commerciale rispetto a quello dei pazienti e della sanità pubblica.

Finalmente, sotto la presidenza Barroso, la Commissione aveva spostato Ema dal Direttorato dell’Industria a quello della Salute e dei Consumatori (nota come Sanco). Non che le cose da allora siano cambiate molto, anzi.
L’Ema continua ad approvare farmaci che spesso hanno scarsa documentazione di efficacia.
Molti farmaci sono ancor oggi approvati per un  beneficio clinico soltanto supposto sulla base di evidenze surrogate, dando ad esempio per scontato che ridurre la glicemia o la pressione eviti senz’altro l’infarto o l’ictus e ridurre la massa tumorale prolunghi davvero l’esistenza dei pazienti o almeno ne migliori la qualità. Oltre che lasciare presunta l’efficacia clinica dei farmaci, se ne lascia propagandare l’innovatività senza provarla. I nuovi farmaci sono più spesso approvati sulla base del loro confronto con il placebo o la loro non inferiorità rispetto a farmaci già disponibili per la stessa indicazione clinica. Tutto concorre a produrre copie di quanto già esiste, senza alcuna possibilità per i medici e gli operatori della sanità pubblica di operare scelte razionali in base al valore clinico di un farmaco e del suo rapporto costo/benefico rispetto agli altri disponibili. In questo modo, anche per i farmaci, come per tutti i prodotti di largo consumo, l’omologazione generalizzata offre alla pressione commerciale l’opportunità di promuovere un prodotto a prescindere dal suo effettivo valore.

La riesumazione della collocazione politica dell’Ema sotto l’Industria certo non agevolerà la riconversione da sempre attesa dell’agenzia europea a un ruolo davvero ispirato all’interesse primario dei pazienti e della salute pubblica. Semmai questa ricollocazione servirà ad allargare ulteriormente le maglie del rigore, promuovendo tutte quelle misure, vecchie e nuove, dal conditional approval all’adaptive licensing, che consentono di approvare rapidamente prodotti ancora immaturi per il mercato e soprattutto per i pazienti, prodotti ad alto costo ma a basso valore aggiunto.

Lo scopo di proteggere l’industria e favorire l’economia in un momento difficile è lecito e benemerito, ma solo se non entra in conflitto con l’interesse primario della salute e del nostro preziosissimo Servizio sanitario nazionale, che anche grazie all’attuale assetto regolatorio europeo è costretto ad  investire ingentissime somme di denaro pubblico in trattamenti dalla dubbia efficacia e sicurezza.


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Carcere: come la crisi climatica aggrava la pena delle persone detenute

sbarre con sfumature arancione e azzurra

Per chi vive in carcere, la crisi climatica non è solo una condizione ambientale ma una pena aggiuntiva. Celle gelide d’inverno e soffocanti d’estate espongono le persone detenute a rischi fisici e psichici che la crisi climatica sta aggravando. In Italia, tra edifici obsoleti, sovraffollamento e assenza di monitoraggi sistematici, il microclima penitenziario resta un’emergenza invisibile, ai margini delle politiche di adattamento e del dibattito pubblico sui diritti e sulla salute.

Per vent’anni Michael Saavedra ha vissuto in isolamento, trasferito da un carcere all’altro. La sua storia è stata raccontata qualche anno fa su Al Jazeera dal giornalista Brian Osgood. Nel carcere statale di Pelican Bay il freddo era così penetrante che Saavedra partecipò a uno sciopero della fame per ottenere giacche e berretti. Anni dopo, nella prigione di Corcoran, il problema era l’opposto: il caldo diventò così estremo da fargli perdere conoscenza.