fbpx Cellule staminali per la cura della sclerosi multipla | Scienza in rete

Cellule staminali per la cura della sclerosi multipla

Primary tabs

Read time: 2 mins

Per i pazienti con sclerosi multipla (SM) potrebbero aprirsi nuove strade per la cura della malattia.
Una ricerca, pubblicata su Stem Cell Reports, ha messo in evidenza un potenziale trattamento in grado sia di fermare la progressione della malattia ma anche di riparare i danni esistenti.
I ricercatori dello Scripps Research Institute in California hanno utilizzato topi paralizzati geneticamente per avere una condizione simile alla SM. L’obiettivo iniziale, però degli scienziati americani era cercare di capire i meccanismi alla base del rigetto delle cellule staminali nei topi.
Tuttavia, due settimane dopo l'iniezione di cellule staminali neuronali umane, i ricercatori hanno fatto una scoperta inattesa: i topi avevano ripreso la loro capacità di camminare. “Abbiamo avuto molta fortuna, spiega Jeanne Loring, direttore del Centro di Medicina Rigenerativa dello Scripps Research Institute “ci siamo trovati al posto giusto al momento giusto”.

Ma qual è stato l’effetto delle cellule staminali? In primo luogo, c'è stata una diminuzione dell’infiammazione del sistema nervoso centrale dei topi, con una diminuzione della progressione della malattia. In secondo luogo, le cellule iniettate hanno rilasciato delle proteine ​​che hanno stimolato altre cellule a riparare i danni nella mielina esistente.
Dopo 10 giorni, l’équipe di Loring ha iniettato altre cellule staminali ma sono state rigettate.
I miglioramenti dovuti però alla prima iniezione sono stati evidenti anche a distanza di 6 mesi.
Ora il team sta lavorando per capire come utilizzare le proteine secrete dalle cellule staminali. "Studiare le proteine prodotte dalle cellule staminali ci darà la possibilità di sviluppare nuove strategie farmacologiche", ha sottolineato Loring.

Autori: 
Sezioni: 
Canali: 
Medicina

prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.