Facciamo luce sull’Universo…

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Agli inizi dell’astronomia gli uomini hanno potuto osservare e studiare solo gli astri che emettono radiazione a cui il nostro occhio è sensibile: la luce.

Così come per quanto riguarda il suono, il nostro orecchio è sensibile solo ad alcune frequenze, mentre alcuni animali, ad esempio delfini e pipistrelli, ne percepiscono anche altre, allo stesso modo, oltre alla radiazione luminosa, che l’occhio vede, esistono radiazioni che riusciamo a percepire solo con appositi strumenti, ad esempio i radiotelescopi.
L’atmosfera terrestre costituisce però uno schermo per la maggior parte delle radiazioni non visibili. Attualmente, grazie alla conquista spaziale, è stato possibile osservare il cielo al di là dell’atmosfera terrestre, ricavando nuove informazioni.

Le immagini che seguono mostrano la stessa galassia, Centaurus A, vista in base alle diverse radiazioni: a sinistra, utilizzando strumenti sensibili a raggi X, in centro, con radiazione visibile, a destra, l’immagine è stata ottenuta tramite radiotelescopio. La prima e l’ultima immagine ottenuta sono in falsi colori: si associa ad un diverso livello di intensità di radiazione un diverso colore.

Enormi getti di materia sono visibili solo osservando la galassia in X e radio: il meccanismo alla base della loro creazione e la loro composizione sono tuttora argomento di forte dibattito, ma l’analisi dell’Universo con radiazioni diverse dal visibile ne permettono lo studio.
Ancora, se avessimo la possibilità di osservare il cielo rivelando la radiazione gamma (più energetica dei raggi X) con i nostri occhi, potremmo verificare come ogni giorno nel cielo appaia una sorgente nuova, così energetica da abbagliarci, e che dopo pochi secondi, sparisce nel nulla. Sono i gamma ray burst, gli oggetti più energetici dell’Universo, probabilmente generati dall’accrescimento di materia su un buco nero.

Per chi volesse seguire in tempo reale la caccia ai lampi gamma, è disponibile l’app della NASA Swift, che invia un’allerta ad ogni nuovo lampo.

Buona esplorazione dell’Universo invisibile!

 di Anna Camisasca

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Sugar tax all’italiana

O la si fa bene o non la si fa. La sugar tax inserita nella legge di bilancio 2020 così proprio non va, perché manca dei requisiti essenziali per renderla efficace in termini di sanità pubblica. Una tassa sulle bevande zuccherate ha un senso, infatti, solo se concepita per contrastare seriamente il fenomeno dell’obesità infantile, non per fare cassa. Per funzionare dovrebbe avere un’aliquota massima 4-5 volte più alta, colpire i prodotti in modo proporzionale al loro contenuto in zucchero. Va inoltre preparata con cura, lasciando il tempo all’industria di riformulare i propri prodotti e all’opinione pubblica di comprenderne i suoi veri scopi di salute. Parola di Franco Sassi, docente all’Imperial College di Londra e fra i promotori della analoga, ma meglio concepita, tassa britannica.

La tassa che il governo Conte bis si appresta a inserire nella manovra finanziaria riguarda non più snack merendine bensì le bevande zuccherate. Si configura come una tassa sulle bevande dolci (sugar tax) assolutamente legittima e potenzialmente utile. Dipende però come la si concepisce, perché in campo fiscale il diavolo sta nei dettagli.