I gemelli sono svantaggiati nell’evoluzione, ma i loro fratelli singoli hanno una marcia in più. Ecco perché nella specie umana si sarebbe mantenuto nel tempo il fenomeno delle gravidanze gemellari, sebbene queste garantissero minori probabilità di sopravvivenza: il parto, senza l’assistenza fornita dalla moderna ostetricia, era più difficile; i neonati tendono a essere di basso peso alla nascita, spesso prematuri, e devono dividersi il latte materno. La possibile spiegazione viene da uno studio condotto in Gambia, dove dagli anni Cinquanta il Medical Research Council britannico, oltre a fornire cure mediche, raccoglie dati. Ian Rickard, ricercatore dell’Università di Sheffield, ha esaminato quelli relativi a quasi 1900 bambini nati nel corso di una trentina di anni, andando poi a verificare quali di questi avevano coppie di gemelli tra i loro fratelli. Dallo studio è emerso che quando le madri che avevano avuto gravidanze gemellari davano alla luce neonati singoli, questi avevano un peso alla nascita superiore in media di 226 grammi rispetto ai figli di donne che non avevano mai avuto gemelli. Ma la cosa sorprendente è che il peso alla nascita fosse maggiore, di 134 grammi in media, anche quando la gravidanza singola precedeva quella gemellare. «Non si tratta quindi solo del maggiore afflusso di sangue all’utero indotto dalle aumentate necessità, che lo predispone meglio a gravidanze successive» spiega il ricercatore. «La nostra ipotesi è che le donne predisposte ad avere gemelli abbiano per loro natura in circolo livelli più elevati di IGF-1, che oltre a favorire ovulazioni multiple stimola la crescita ponderale del feto». Lo stesso fattore di crescita che le rende madri di gemelli le aiuta quindi a far nascere neonati singoli più in carne, e quindi con maggiori probabilità di sopravvivenza.
Il vantaggio di avere i gemelli
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I ricercatori e tecnologi INAF precari richiedono un intervento urgente alla Presidenza del Consiglio

Pubblichiamo la lettera aperta con cui la Rete degli stabilizzandi INAF si rivolge alla Presidente del Consiglio per chiedere un intervento legislativo urgente che consenta di stabilizzare, come era stato in precedenza concordato, i molti ricercatori con contratti a termine in essere da molti anni. Oggi in INAF si contano 660 figure precarie su circa 1.920 addetti complessivi; oltre il 40% del personale di ricerca e tecnologia è in condizione di precarietà, e circa 300 persone avrebbero già i requisiti per una stabilizzazione immediata secondo la normativa vigente. Senza un nuovo intervento straordinario molte professionalità altamente qualificate rischiano di lasciare l’Ente o addirittura il Paese. Crediti immagine: Simone Delalande su Unsplash
Onorevole Presidente del Consiglio,
siamo ricercatori e tecnologi precari dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF).
Possediamo il Dottorato di Ricerca e una media di 8 anni di esperienza lavorativa e di 40 anni di età. Siamo pertanto professionisti qualificati, che da tempo guidano e garantiscono continuità a progetti di ricerca strategici nazionali e internazionali del nostro Ente: ormai non siamo più giovani in formazione.
Con questa lettera aperta chiediamo il Suo intervento circa la drammatica situazione di precariato che si è venuta a creare.