La notizia non attenua i sensi di colpa per gli stravizi di fine anno, ma offre un nuovo argomento a favore dei cultori del cioccolato fondente di alta qualità: il suo consumo regolare per alcune settimane, in persone sane e non ipertese o con valori pressori appena sopra la norma, abbassa la pressione sistolica in media di circa 5 mm Hg e la diastolica di 2,5 mm Hg. Il calcolo viene da una metanalisi di dieci studi randomizzati e controllati in cui l’assunzione di cacao ricco di flavanolo o un prodotto placebo è stata prescritta a quasi trecento persone per un periodo variabile da 2 a 18 settimane. L’idea che i prodotti a base di cacao potessero sortire questo effetto benefico viene dal caso degli indiani Kuna, abitanti in un’isola al largo di Panama: in questa popolazione, che fa largo uso di bevande al cacao naturale ricco di flavanolo, l’ipertensione è praticamente sconosciuta, mentre si presenta con una frequenza pari alla norma tra coloro che si trasferiscono in città.
Terapia al cioccolato
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Carcere: come la crisi climatica aggrava la pena delle persone detenute

Per chi vive in carcere, la crisi climatica non è solo una condizione ambientale ma una pena aggiuntiva. Celle gelide d’inverno e soffocanti d’estate espongono le persone detenute a rischi fisici e psichici che la crisi climatica sta aggravando. In Italia, tra edifici obsoleti, sovraffollamento e assenza di monitoraggi sistematici, il microclima penitenziario resta un’emergenza invisibile, ai margini delle politiche di adattamento e del dibattito pubblico sui diritti e sulla salute.
Per vent’anni Michael Saavedra ha vissuto in isolamento, trasferito da un carcere all’altro. La sua storia è stata raccontata qualche anno fa su Al Jazeera dal giornalista Brian Osgood. Nel carcere statale di Pelican Bay il freddo era così penetrante che Saavedra partecipò a uno sciopero della fame per ottenere giacche e berretti. Anni dopo, nella prigione di Corcoran, il problema era l’opposto: il caldo diventò così estremo da fargli perdere conoscenza.