fbpx Sbadigli refrigeranti | Page 2 | Scienza in rete

Sbadigli refrigeranti

Primary tabs

Read time: 2 mins

Rilevando sperimentalmente come la frequenza degli sbadigli dipenda dalla temperatura dell'ambiente esterno, due ricercatori ottengono una significativa conferma che lo sbadiglio può essere un efficace sistema di refrigerazione del cervello.

L'idea non è nuova, ma finora mancava una controparte sperimentale. Ci hanno pensato Andrew Gallup (Binghamton University) e Omar Eldakar (University of Arizona), che hanno documentato la frequenza con cui a Tucson 160 persone (80 osservate in inverno e altrettante in estate) rispondevano allo stimolo di sbadigliare. Giocando sul fatto che si tratta di uno stimolo piuttosto contagioso, i ricercatori hanno mostrato ai passanti immagini di persone che sbadigliavano e ne hanno rilevato la reazione.

Dai dati, pubblicati su Frontiers in Evolutionary Neuroscience, è emerso che la risposta cambia in modo significativo dal periodo invernale a quello estivo. Nei mesi più freddi, quando in media a Tucson la temperatura è intorno ai 22 °C, si è registrata una risposta positiva nel 45% delle persone esaminate mentre in estate, con temperature intorno ai 37 °C, gli sbadigli si attestavano solo al 24%.
Secondo i ricercatori questa variazione stagionale indicherebbe che lo stimolo dello sbadiglio ha più probabilità di andare a buon fine con temperature esterne inferiori a quella del corpo, confermando dunque l'idea della sua utilità per la refrigerazione del cervello.

Nella dettagliata analisi dei risultati i ricercatori hanno valutato anche il legame con la durata dell'esposizione alle condizioni atmosferiche. Nel periodo estivo, per esempio, l'incidenza degli sbadigli tra le persone che erano all'esterno da oltre cinque minuti crollava a meno del 10%.

Princeton University

Autori: 
Sezioni: 
Fisiologia

prossimo articolo

Ominini arcaici, alla ricerca dell'antenato comune

i resti di ominini ritrovati in Marocco

Nuovi fossili scoperti in Marocco e datati a circa 773mila anni fa potrebbero avvicinarci all’identità dell’ultimo antenato comune di Homo sapiens, Neanderthal e Denisova, rimasto finora sconosciuto. I resti, rinvenuti nei pressi di Casablanca e analizzati da un team internazionale di ricercatrici e ricercatori, mostrano una combinazione di caratteristiche arcaiche e moderne che apre nuovi scenari sulle origini della nostra specie.

Nell'immagine di copertina: i resti rinvenuti in Marocco. Crediti: Hublin JJ, Lefèvre D, Perini S et al. Early hominins from Morocco basal to the Homo sapiens lineage. Nature (2026). https://doi.org/10.1038/s41586-025-09914-y. Licenza: CC BY 4.0

Alcuni nuovi fossili di ominini scoperti di recente in Marocco aggiungono un nuovo tassello alla ricostruzione delle origini della nostra specie. Un team internazionale ha infatti analizzato resti datati 773mila anni fa provenienti dalla Grotte à Hominidés, nei pressi di Casablanca, scoprendo che presentano un mosaico di caratteristiche primitive e derivate che potrebbero porli alla base della linea evolutiva di sapiens, Neanderthal e Denisova.