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Cambiamenti climatici: l'adattamento non ostacoli la prevenzione

Pompieri all'opera

La retorica dell'adattamento rischia di far coincidere il controllo degli effetti del cambiamento climatico con l'intervento sulle sue cause. La sanità pubblica insegna che protezione e mitigazione non sono strategie alternative: senza la prevenzione primaria, ogni altra misura di tutela resta una rincorsa a un rischio destinato a crescere.

Sylvain Pedneault, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Tempo di lettura: 5 mins

Dopo l'intervento su Scienza in rete dedicato ad argomentare che quello che oggi viene spesso definito “adattamento” ai cambiamenti climatici non coincide con l'adattamento biologico della specie umana, ma piuttosto in strategie tecnologiche, urbanistiche e organizzative finalizzate a migliorare la convivenza con un ambiente sempre più ostile, ritengo utile compiere un ulteriore passo sul terreno della sanità pubblica.

Prevenzione primaria, secondaria e terziaria: una distinzione utile

Da oltre un secolo la medicina preventiva distingue tra prevenzione primaria, che interviene prima che il danno si produca riducendo o eliminando i fattori di rischio, prevenzione secondaria, finalizzata all'individuazione e all'intervento precoce, e prevenzione terziaria, che mira a ridurre le complicanze e le conseguenze delle malattie ormai manifeste.
Applicando questa logica ai cambiamenti climatici emerge una distinzione tanto semplice quanto spesso trascurata.

La prevenzione più a monte (primaria) consiste nella riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la decarbonizzazione, l'efficienza energetica, la mobilità sostenibile e la progressiva sostituzione dei combustibili fossili, perché interviene direttamente sul processo che alimenta il riscaldamento globale.

I climatizzatori, i sistemi di allerta, i piani caldo, le città più verdi, i centri di raffrescamento e la protezione delle persone fragili agiscono invece a valle: sono indispensabili misure di controllo e contenimento degli effetti sanitari del cambiamento climatico. Salvano vite umane, riducono ricoveri e decessi durante le ondate di calore, ma non incidono sulle cause del problema. La differenza, oltre che teorica, ha conseguenze molto concrete.

Che cosa dicono i dati

Gli esempi non mancano. Dopo la drammatica estate del 2003, che provocò oltre 70.000 morti in eccesso in Europa, molti Paesi hanno sviluppato sistemi di allerta e piani di prevenzione. Queste misure hanno ridotto la vulnerabilità della popolazione: uno studio pubblicato su Nature Medicine ha stimato che, senza le misure di mitigazione intraprese dall'inizio del secolo, la mortalità correlata al caldo nel 2023 sarebbe stata circa l'80 per cento più elevata. Eppure, nello stesso anno si stimano 47.690 morti correlate al caldo in Europa. Per il 2024, un successivo studio ha stimato 62.775 decessi. Dunque, le misure di mitigazione funzionano ma sono costrette a rincorrere un rischio che continua ad aumentare.

Esistono, d'altra parte, esempi molto concreti dell'efficacia degli interventi sulle cause. Uno dei più evidenti è la progressiva riduzione dell'uso del carbone. Secondo il Lancet Countdown, tra il 2010 e il 2022 le morti attribuibili all'inquinamento atmosferico da combustibili fossili sono diminuite di circa il 6 per cento, in larga parte grazie alla riduzione dell'inquinamento prodotto dalla combustione del carbone, evitando circa 160.000 morti ogni anno.

Il punto essenziale è che i benefici della mitigazione non appartengono soltanto a un futuro nel quale il riscaldamento globale sarà, auspicabilmente, rallentato, una parte importante si manifesta subito attraverso la riduzione dell'inquinamento atmosferico. È il cosiddetto co-beneficio: la stessa azione produce un vantaggio climatico nel medio-lungo periodo e un beneficio sanitario in tempi brevi.

Adattamento non è mitigazione

Nel linguaggio della sanità pubblica, gran parte di ciò che il dibattito climatico definisce “adattamento” può quindi essere meglio definito come “controllo degli effetti”, un sistema di pratiche che interviene a valle della catena causale che produce quei medesimi effetti.
Adattamento e mitigazione non vanno dunque confusi né, al tempo stesso, considerati strategie alternative. La protezione delle persone più vulnerabili è indispensabile, perché il cambiamento climatico è già in atto e continuerà a produrre effetti sanitari per molti anni. 

Ma è un grave errore confondere il controllo degli effetti con l'intervento sulle cause.
In sanità pubblica nessuno penserebbe di sostituire la lotta al tabagismo con il solo potenziamento delle cure per il tumore del polmone, né di ridurre l'inquinamento atmosferico limitandosi a migliorare le terapie per l'asma. Allo stesso modo, climatizzatori, piani caldo e città resilienti non possono diventare sostituti della riduzione della combustione delle fonti fossili e delle relative emissioni.

La tecnologia è certamente parte della risposta. Ma proprio la crescente dipendenza da sistemi tecnologici di protezione pone un'altra questione: quanto può essere sostenibile una società che, invece di ridurre progressivamente il rischio alla fonte, deve costruire protezioni sempre più complesse contro un ambiente che continua a diventare più ostile? Più aumenta il riscaldamento, maggiore diventa il bisogno di raffrescamento, infrastrutture resilienti, sistemi di allerta e assistenza alle popolazioni vulnerabili. E aumenta contemporaneamente il rischio che tali protezioni siano distribuite in modo diseguale.

Un rischio culturale, prima ancora che politico

Siamo quindi di fronte a un rischio culturale prima ancora che politico. Parlare genericamente di “adattamento” può alimentare l'illusione che riusciremo sempre a proteggerci dagli effetti del riscaldamento globale. La sanità pubblica insegna invece che, per quanto indispensabile sia il controllo degli effetti, la strategia più efficace rimane quella di intervenire il più possibile a monte della catena causale.

Diversamente dalla retorica corrente sull'adattamento, lo sviluppo della cultura, il progresso della medicina e il controllo ambientale hanno modificato i meccanismi della selezione naturale nella specie Homo sapiens, riducendo la capacità di adattamento biologico autonomo nel lungo periodo e rendendo gli individui sempre più dipendenti dalla tecnologia. Questo scenario “circolare” configura una co-evoluzione uomo-macchina che bypassa i tempi dell'adattamento biologico, creando una specie protetta ma sistemicamente fragile, la cui sopravvivenza è sempre più legata alla stabilità e alla disponibilità del sistema tecnologico.

In questo contesto si coglie il netto contrasto tra il cittadino occidentale, sempre più dipendente dalla tecnologia e biologicamente fragile, e le persone costrette a migrazioni estreme, provenienti da aree in cui la selezione naturale e la storia evolutiva hanno mantenuto attivi i naturali meccanismi di adattamento agli shock termici e alimentari.
Come si può osservare anche dal vivo, la dipendenza strutturale dalla tecnologia alimenta quella deriva tecnocratica già lucidamente denunciata da Jürgen Habermas: un processo in cui la gestione del futuro viene progressivamente sottratta al dibattito democratico e affidata all'imperativo tecnico, trasformando le scelte politiche in meri problemi di ottimizzazione.

Per concludere, siamo di fronte a un rischio culturale prima ancora che politico: parlare genericamente di “adattamento” può indurre a credere che riusciremo sempre a proteggerci dagli effetti del riscaldamento globale. Nella prospettiva One Health, la strategia più efficace consiste nel vedere la prevenzione primaria non come un'opzione tra le altre, bensì come la condizione necessaria affinché ogni altra misura di tutela possa funzionare.
 


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