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Caldo estremo: che cosa si intende con "adattamento"?

vista di area urbana

Temperature record, ondate di calore sempre più letali, e continuiamo a ripeterci che «ci adatteremo». Ma quando si parla di adattamento bisogna fare una distinzione fondamentale, perché climatizzatori, città più verdi, sistemi di allerta e cambiamenti nelle abitudini non sono adattamento biologico. Sono strategie indispensabili di protezione da un ambiente che cambia a una velocità senza precedenti ma, mentre il clima si riscalda nell’arco di pochi decenni, l’evoluzione umana procede in migliaia di anni. Confondere questi due tempi rischia di trasformare una necessità politica e sociale urgente in una pericolosa rassicurazione.

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Le temperature record si susseguono, le notti tropicali diventano la norma, le città si trasformano in trappole di calore e gli ospedali registrano un aumento di accessi, ricoveri e decessi legati alle ondate di calore. Eppure, di fronte a questo scenario, una parola continua a essere ripetuta con sorprendente leggerezza: adattamento.

Viene spesso scritto o detto «tranquilli, ci adatteremo»: le città si adatteranno, l'agricoltura si adatterà, le persone si adatteranno.

Ma a quale forma di adattamento si fa riferimento? Non si tratta di una mera disputa lessicale, bensì di una questione sostanziale: gran parte delle azioni presentate come adattamento ai cambiamenti climatici consiste in realtà in misure di difesa, compensazione o mitigazione degli effetti.

Il riferimento corrente - e spesso paternalistico - all’adattamento raramente riguarda quello genetico-evolutivo, mentre ci si riferisce all’adattamento tecnologico (condizionamento, edifici più freschi); adattamento urbanistico (verde urbano, città resilienti); adattamento comportamentale (orari di lavoro, abitudini); adattamento sanitario (sistemi di allerta per ondate di calore). 

Dal punto di vista biologico, l'essere umano possiede una certa plasticità fisiologica: può acclimatarsi in settimane o mesi a climi più caldi aumentando la sudorazione, modificando la circolazione periferica e altri meccanismi, ma questa acclimatazione ha limiti ben definiti e non ha niente a che vedere con l’adattamento evolutivo.

I climatizzatori rappresentano l'esempio più evidente di fiducia tecnologica. Indubbiamente sono spesso indispensabili e salvano vite umane, soprattutto tra anziani e persone fragili, e non è in discussione la loro utilità durante le ondate di calore estreme. Tuttavia il loro utilizzo non rende il corpo umano più resistente alle alte temperature e, per contro, riduce artificialmente l'esposizione al calore grazie a un crescente consumo di energia. A livello globale, il raffrescamento degli edifici assorbe già circa il 10% dell'elettricità consumata nel mondo e la domanda è destinata ad aumentare rapidamente nei prossimi decenni.

Lo stesso vale per gli asfalti chiari, le pavimentazioni drenanti, i tetti riflettenti, le alberature, i parchi urbani e i corridoi verdi, tutti interventi importanti, spesso urgenti, che possono ridurre la temperatura locale, anche di alcuni gradi, e migliorare significativamente la qualità della vita. Ma anche in questo caso non stiamo adattando l'essere umano al nuovo clima, bensì modificando l'ambiente per renderlo meno ostile.

Persino la crescente fuga estiva dalle città verso aree collinari e montane rappresenta una strategia di protezione, non di adattamento. Ed è una strategia profondamente diseguale. Possono permettersela coloro che dispongono di risorse economiche, seconde case o flessibilità lavorativa, mentre restano nelle città più calde gli anziani soli, chi soffre di malattie croniche, chi vive in abitazioni inadeguate, chi lavora all'aperto e chi non ha alternative: le stesse categorie più vulnerabili all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.

L'adattamento, quello vero, è un’altra cosa: in biologia è un processo evolutivo. Si realizza attraverso modificazioni che aumentano le probabilità di sopravvivenza e di riproduzione in un determinato ambiente. È il risultato della selezione naturale e richiede molte generazioni. Le differenze fisiologiche osservabili tra popolazioni umane adattate a climi tropicali, desertici o artici si sono sviluppate nell'arco di migliaia di anni.

Qui emerge una contraddizione fondamentale del dibattito pubblico.

L'Europa si è già riscaldata di oltre 2 °C rispetto all'epoca preindustriale, una velocità circa doppia rispetto alla media globale. Secondo i dati più recenti del programma Copernicus, il continente europeo è oggi quello che si riscalda più rapidamente al mondo. Un cambiamento enorme, avvenuto nell'arco di poche decine di anni, cioè di una o due generazioni umane.
Ma l'evoluzione biologica procede con tempi completamente diversi. Gli adattamenti che caratterizzano le popolazioni umane si sviluppano generalmente nel corso di centinaia o migliaia di generazioni, in tempi cioè dell'ordine di migliaia o decine di migliaia di anni.

Il riscaldamento globale sta dunque avanzando molto più rapidamente della capacità biologica della nostra specie di adattarsi a esso.

I dati sanitari confermano che il problema è già grave e attuale, con oltre 47.000 decessi stimati in Europa nel 2023 a causa delle alte temperature. L'estate del 2024 è stata persino più letale, causando oltre 62.000 morti. L'ondata di calore che ha colpito l'Europa occidentale tra il 22 e il 28 giugno 2026 ha causato un picco drammatico di mortalità. Solo la rete di monitoraggio EuroMOMO ha confermato più di 10.000 morti in eccesso concentrate in pochissimi giorni, di cui oltre 9.000 riguardavano persone sopra i 65 anni.

Si tratta di numeri impressionanti, che continuano a colpire in modo sproporzionato anziani, persone affette da patologie croniche e soggetti socialmente e ambientalmente vulnerabili.

In questo contesto l'Italia si è dotata nel dicembre 2023 del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), un documento atteso da anni e destinato a rappresentare il principale strumento di preparazione del Paese agli impatti climatici.

L'approvazione del Piano è stata salutata come un passo avanti necessario, ma dalla sua preparazione e poi pubblicazione sono state innumerevoli le critiche che oggi, alla prova dei fatti, appaiono tutt'altro che marginali. Scienza in rete ne ha parlato anche qui.

La prima riguarda l'assenza di risorse dedicate. Il Piano contiene centinaia di misure ma non dispone di un finanziamento specifico in grado di sostenerne l'attuazione. Senza investimenti adeguati, il rischio è che molte azioni restino sulla carta.

La seconda riguarda la forte delega alle Regioni. Pur delineando un quadro strategico nazionale, il Piano trasferisce gran parte delle responsabilità operative alle amministrazioni regionali e locali. In assenza di un coordinamento forte e di strumenti vincolanti, il rischio è una geografia dell'adattamento a velocità differenti, con territori più attrezzati e altri lasciati indietro.

La terza criticità riguarda la prevalenza di misure cosiddette "soft": studi, monitoraggi, linee guida, attività formative e campagne informative. Tutte iniziative utili, ma spesso prive della capacità di incidere rapidamente sulla vulnerabilità concreta dei territori. Mentre aumentano le alluvioni, le siccità e le ondate di calore, continuano a mancare in molti casi gli interventi strutturali necessari per mettere in sicurezza città, infrastrutture e popolazioni.

A ciò si aggiungono osservazioni relative all'utilizzo di dati e scenari in parte datati e alla limitata integrazione con altri strumenti strategici nazionali, a partire dalle politiche energetiche e territoriali.

Il rischio è che il termine "adattamento" finisca per alimentare un pericoloso equivoco: l'idea che, in qualche modo, l'essere umano riuscirà sempre ad abituarsi, un'idea strettamente correlata con posizioni di negazionismo climatico. 

La storia naturale dimostra che il vero adattamento biologico richiede il tempo profondo, mentre il cambiamento climatico antropogenico comprime i mutamenti in pochi decenni. Impiegare il termine adattamento per tranquillizzare l'opinione pubblica è un abbaglio logico: Homo sapiens potrebbe evolversi per sopravvivere a un pianeta rovente nel corso delle ere, ma il riscaldamento globale corre ormai alla velocità della rivoluzione industriale. Il tempo biologico e il tempo climatico sono due orologi a velocità molto diversa, che già oggi non segnano la stessa ora.

 


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