fbpx Nascosta dalla polvere | Page 6 | Scienza in rete

Nascosta dalla polvere

Primary tabs

Read time: 2 mins

Uno studio riesce finalmente a fare chiarezza su HDF850.1, una galassia distante 12,5 miliardi di anni luce scoperta quasi quindici anni fa grazie a osservazioni nelle onde sub-millimetriche, ma completamente invisibile persino agli strumenti del telescopio spaziale Hubble.

Nel lavoro, pubblicato su Nature, non solo si suggerisce che questa galassia si colloca in un'epoca in cui l'universo aveva un'età di solo un miliardo e cento milioni di anni, ma si sottolinea come si tratti di un'incredibile fucina di stelle. Grazie all'osservazione di particolari righe nello spettro elettromagnetico di HGF850.1 corrispondenti a transizioni molecolari del monossido di carbonio, infatti, Fabian Walter (Max-Planck Institut für Astronomie) e collaboratori hanno potuto non solo chiarire la distanza della galassia, ma farsi anche un'idea precisa dei processi che ospita.
L'analisi dei dati, raccolti dall'interferometro IRAM dell'osservatorio del Plateau de Bure (Alpi francesi) e dal VLA del Nuovo Messico, ha mostrato che gran parte della massa della galassia si presenta allo stato di molecole, i mattoni dai quali poi si aggregano le stelle. Secondo i ricercatori, HDF850.1 sfornerebbe stelle al ritmo di 850 masse solari annue. Un valore elevatissimo, se pensiamo che per la nostra Via Lattea il tasso di produzione stellare è di una massa solare all'anno.

Sarebbe proprio l'ambiente ricco di polveri tipico delle regioni di formazione stellare a impedire alla luce visibile di uscire all'esterno rendendo di fatto HDF850.1 invisibile persino al telescopio spaziale. Uno scudo, però, che non funziona con la radiazione sub-millimetrica: è stato proprio grazie a questa radiazione, infatti, che nel 1998 il telescopio James Clerk Maxwell delle Hawaii ha potuto scoprire l'esistenza di questa galassia.

INAF - Max-Planck-Gesellschaft

Autori: 
Sezioni: 
Astrofisica

prossimo articolo

Cosa sappiamo sul crollo del Ponte Morandi, dopo la sentenza di I grado

Si è concluso ieri il processo di primo grado per accertare le responsabilità per il crollo del viadotto Polcevera il 14 agosto 2018. I giudici hanno condannato i vertici di Autostrade per l’Italia, società che gestiva l’opera, e della sua controllata incaricata della manutenzione, oltre che un funzionario del Ministero dei Trasporti. La condanna sembra quindi confermare la tesi dell’accusa secondo cui a causare il disastro fu la mancata manutenzione dell’opera e in particolare dei cavi in calcestruzzo armato che ancoravano il ponte al pilone numero 9. Le armature in acciaio di quei cavi erano gravemente corrose, come già nel 1992 era stato constatato decidendo di intervenire sul pilone numero 11. Una nuova indagine del 2015 confermava lo stato di degrado. Un progetto di risanamento dell’intero ponte era stato concluso nel 2017 e approvato nel 2018, pochi mesi prima del crollo. Nell'immagine di copertina il Ponte Morandi dopo il crollo. Fonte: Alessio Sbarbaro/Wikipedia (CC BY-SA 4.0).

 

Giovedì 16 luglio, la procura di Genova ha pubblicato la sentenza del processo di primo grado per il crollo del viadotto Polcevera, anche noto come “Ponte Morandi”, un ponte strallato in calcestruzzo armato precompresso inaugurato nel 1967, lungo 1182 metri, che collegava Genova a Savona scavalcano il torrente Polcevera e alcuni quartieri di Genova situati nella valle.