fbpx I molluschi e l'acidità dei mari | Page 6 | Scienza in rete

I molluschi e l'acidità dei mari

Primary tabs

Read time: 2 mins

Pubblicata una ricerca in cui si mostra che coralli e molluschi sono in grado di resistere all'innalzamento di acidità degli oceani, ma se a questa si affianca anche l'aumento della temperatura i problemi diventano molto più gravi.

Lo studio è frutto del lavoro di un team di ricercatori europei (tra i quali Francesco Paolo Patti della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli) coordinati da Riccardo Rodolfo-Metalpa (IAEA - Marine Environment Laboratories del Principato di Monaco) che alle analisi di laboratorio hanno affiancato ricerche nelle acque del Tirreno al largo dell'isola di Ischia. L'obiettivo era quello di verificare se, come sostenuto finora, la progressiva acidificazione delle acque dovuta all'aumento di CO2 atmosferico mettesse a repentaglio la sopravvivenza stessa dei coralli e dei molluschi.

Dalle ricerche, pubblicate su Nature Climate Change, è invece emerso che l'acidificazione non riduce la capacità dei molluschi e dei coralli a calcificare. Anzi, sembra che esponendo questi organismi marini agli alti livelli di CO2 previsti per i prossimi tre secoli si assista a una crescita più rapida rispetto agli standard normali. Secondo i ricercatori sarebbero i tessuti e gli strati esterni di questi organismi a giocare un prezioso ruolo protettivo dagli effetti corrosivi dell'acidificazione.

Questa protezione, però, risulta gravemente compromessa se all'acidificazione si aggiunge l'innalzamento della temperatura dell'acqua. Visto che, stando alle stime più diffuse, nell'arco di questo secolo la temperatura degli oceani aumenterà di 1-4 °C, potremmo dunque assistere a un aumento della mortalità di molti organismi marini e al rischio concreto di estinzione per alcune specie.

Nature Climate Change

Autori: 
Sezioni: 
Oceanografia

prossimo articolo

Capire se sappiamo prevedere i terremoti è difficile

grafico onde

Prevedere la data e il luogo esatti in cui si verificherà un terremoto è impossibile. Tuttavia, si possono formulare delle previsioni probabilistiche nel breve termine, sfruttando il fatto che i terremoti tendono a concentrarsi nel tempo e nello spazio. Da una decina di anni alcuni paesi del mondo hanno lavorato a queste previsioni, cercando di formularle in modo che fossero utili per le autorità di protezione civile e di gestione delle emergenze. Tra questi paesi c’è l’Italia, che ha cominciato a lavorarci sul serio dopo il terremoto avvenuto a L’Aquila il 6 aprile del 2009. Ma come si fa a capire quando un modello produce buone previsioni? La domanda è tutt’altro che semplice. Provano a rispondere due sismologi e due statistici in uno studio pubblicato su Seismological Research Letters.

Immagine rielaborata da https://doi.org/10.1029/2023RG000823. (CC BY 4.0)

L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo ad aver sviluppato un sistema per la previsione probabilistica dei terremoti. Si chiama Operational Earthquake Forecasting-Italy (OEF-Italy) e viene gestito dal Centro di Pericolosità Sismica dell’Istituto Italiano di Geofisica e Vulcanologia (INGV).