Dopo l'accurata analisi genetica di centinaia di campioni, uno studio internazionale suggerisce che il parassita responsabile della malaria sia molto più antico di quanto supposto finora e il suo adattamento all'uomo sia avvenuto prima che i nostri antenati abbandonassero l'Africa.
Con questa ricerca, pubblicata su Current Biology e frutto dello studio di ricercatori provenienti da 13 differenti Istituti sparsi in quattro continenti, si è voluto provare a comprendere da quanto tempo la terribile infezione trasmessa dalla zanzara anofele minacci il genere umano. Per verificare se fosse o meno corretta l'ipotesi che colloca a 10 mila anni fa il prepotente ingresso della malaria nella storia umana, i ricercatori hanno esaminato il DNA di centinaia di campioni, individuando le variazioni genetiche all'interno di parassiti provenienti dall'Africa occidentale, dall'Asia e dall'Oceania.
Secondo gli autori dello studio la distribuzione delle diversità genetiche riscontrate non solo conferma che il ceppo originario proviene dall'Africa, ma si adatta benissimo alle migrazioni che hanno portato i nostri antenati ad abbandonare quel continente per diffondersi su tutta la Terra. Dallo studio, insomma, si avrebbe la conferma che quando il genere umano abbandonò l'Africa, tra i 50 e 60 mila anni fa, il Plasmodium falciparum, il terribile parassita che ancora ai nostri giorni miete oltre un milione di vittime ogni anno, divenne suo inseparabile compagno di viaggio.
Malaria, minaccia molto antica
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Prevedere la data e il luogo esatti in cui si verificherà un terremoto è impossibile. Tuttavia, si possono formulare delle previsioni probabilistiche nel breve termine, sfruttando il fatto che i terremoti tendono a concentrarsi nel tempo e nello spazio. Da una decina di anni alcuni paesi del mondo hanno lavorato a queste previsioni, cercando di formularle in modo che fossero utili per le autorità di protezione civile e di gestione delle emergenze. Tra questi paesi c’è l’Italia, che ha cominciato a lavorarci sul serio dopo il terremoto avvenuto a L’Aquila il 6 aprile del 2009. Ma come si fa a capire quando un modello produce buone previsioni? La domanda è tutt’altro che semplice. Provano a rispondere due sismologi e due statistici in uno studio pubblicato su Seismological Research Letters.
Immagine rielaborata da https://doi.org/10.1029/2023RG000823. (CC BY 4.0)
L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo ad aver sviluppato un sistema per la previsione probabilistica dei terremoti. Si chiama Operational Earthquake Forecasting-Italy (OEF-Italy) e viene gestito dal Centro di Pericolosità Sismica dell’Istituto Italiano di Geofisica e Vulcanologia (INGV).