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L'opinione, la scienza, i termometri

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Basta un freddo inverno per dubitare della validità scientifica dei cambiamenti climatici? La risposta è sì. Almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, ricerche scientifiche lo dimostrano. Due ricercatori canadesi dell'università della British Columbia hanno confrontato le temperature medie, i sondaggi d'opinione e gli articoli apparsi sui principali quotidiani statunitensi dal 1990 al 2010.

Secondo i risultati dello studio, pubblicato su Climatic Science, nei periodi in cui le temperature sono più alte della media, aumentano le persone convinte dell'esistenza dei cambiamenti climatici e della necessità di intervenire, i giornali tendono a parlare di clima più spesso e ad esprimere posizioni più vicine a quelle della comunità scientifica. Al contrario, nei periodi con temperature più rigide, la presenza di temi legati al riscaldamento globale sui mezzi di informazione si riduce e aumentano le opinioni contrarie. Nei sondaggi, la porzione di persone che affermano di “credere in” e di “essere preoccupate per” i cambiamenti climatici è strettamente correlata alle temperature dei precedenti 3-12 mesi. Anche la percentuale di articoli e di editoriali in accordo con le tesi del mondo scientifico segue lo stesso andamento.

In sostanza, un'ondata di freddo può lasciare una scia di scetticismo mentre un periodo di caldo eccezionale fa crescere l’interesse, la preoccupazione e, di conseguenza, il sostegno a politiche per il clima.

L’orientamento dell’opinione pubblica rispetto ai cambiamenti climatici, negli Stati Uniti come in altre parti del mondo, è spesso fluttuante e dipende da diversi fattori: livello di scolarizzazione, ideologie politiche, ambiente mediatico, esperienze personali. “I risultati del nostro lavoro – ha spiegato uno degli autori, Simon Donner – aiutano a spiegare alcune significative contraddizioni e dimostrano quanto il meteo locale possa realmente influenzare l’opinione pubblica. Abbiamo constatato che, sfortunatamente, un inverno freddo è abbastanza per far sì che la gente, compresi giornalisti e personalità influenti del mondo dell’informazione, metta in discussione un tema su cui il consenso scientifico è ormai unanime”.

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