fbpx Le riflessioni di Mario Molina | Page 2 | Scienza in rete

Le riflessioni di Mario Molina

Primary tabs

Read time: 3 mins

Siccità, alluvioni, ondate di caldo, uragani. Fenomeni meteorologici estremi che accompagnano la storia dell'umanità, ma la cui intensità, frequenza e variabilità va rapidamente aumentando. Nel mondo scientifico si rafforza l'ipotesi (per molti, una certezza) che l'eccezionale siccità ed altri eventi atmosferici anomali degli ultimi anni siano il risultato del riscaldamento climatico di origine antropica. Persino l'ultimo rapporto della American Meteorological Society, dopo la totale assenza di pioggie che questa estate ha colpito il Midwest degli Stati Uniti, parla di «riscaldamento inequivocabile», e ne individua le cause primarie nelle attività umane, in particolare l'utilizzo di combustibili fossili e la deforestazione. Un'interessante riflessione sulle problematiche legate al climate change l'ha data Mario J. Molina, in un intervento alla 244esima Conferenza nazionale dell'American Chemical Society, tenutasi in agosto a Philadelphia.

Secondo lo scienziato messicano, premio Nobel per la Chimica nel 1995, eventi estremi come siccità, ondate di caldo, violente precipitazioni ed uragani possono servire a rendere l'opinione pubblica più consapevole di cosa significa «cambiamento climatico» e della necessità di agire con urgenza.

«Le persone potrebbero non essere a conoscenza delle importanti scoperte nel campo dei fenomeni atmosferici estremi che riempiono i titoli dei giornali». «Potranno percepirlo direttamente, non solo sentirne parlare. Potranno vederne gli effetti sul prezzo dei beni alimentari, farsi un'idea di quello che sarà la vita quotidiana in futuro se tutti noi, come società, non facciamo qualcosa».

Molina ha ipotizzato una soluzione basata su accordi internazionali, sul modello del Protocollo di Montreal. Formulato a partire dalle ricerche dello stesso Molina e dei colleghi Frank Sherwood Roland e Paul Crutzen sugli effetti dei clorofluorocarburi sullo strato di ozono nell'atmosfera, il Protocollo di Montreal sancì la messa al bando dei CFC nel 1996. Ancora oggi è considerato uno degli accordi internazionali sull'ambiente più efficaci. Purtroppo anche Mario Molina riconosce le differenze tra il problema del buco dell'ozono e la questione del riscaldamento climatico, che hanno reso i negoziati e la regolamentazione internazionale su quest'ultimo largamente insufficienti. A differenza del problema del buco nell'ozono, il dibattito sul cambiamento climatico è molto politicizzato e polarizzato su posizioni inconciliabili. Nella deplezione dell'ozono, spiega lo scienziato, le sostanze incriminate erano poche ed è stato relativamente facile coivolgere le parti in causa per risolvere un problema specifico. Sostituire i CFC, usati come refrigeranti e nella produzione di aereosol e spray, con altre sostanze non dannose per l'ozono (i cui effetti sull'atmosfera vanno però tenuti costantemente sotto controllo).
Il cambiamento climatico è una questione molto più diffusa e pervasiva. «I combustibili fossili, che sono alla base del problema, sono di importanza fondamentale per l'economia. Il cambiamento climatico e le sue cause sono collegate ad una serie vastissima di attività umane. Questo rende il cambiamento climatico un problema molto più difficile da affrontare di quanto sia stato quello della deplezione dell'ozono».

Un accordo internazionale efficiente non è l'unico sforzo necessario. Molina rivolge un invito soprattutto alla comunità scientifica. «É necessario che scienziati e ricercatori diffondano i risultati delle ricerche legate al cambiamento climatico e che si impegnino a sviluppare fonti di energia alternative, accessibili ed economiche, che riducano la dipendenza dai combustibili fossili».

Per approfondimenti:
Report dell'American Meterological Society
Comunicato Stampa dell'intervento di Mario Molina

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Clima

prossimo articolo

Vedere le faglie in 3D grazie al machine learning

prefettura dell aquila dopo il terremoto del 2019

Un sistema di algoritmi di machine learning permette di ricostruire la geometria tridimensionale delle faglie sismiche a partire solo dalla posizione degli ipocentri, rivelando la loro struttura gerarchica e segmentata. L’approccio, sviluppato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Napoli Federico II e testato su diverse sequenze sismiche, potrebbe migliorare i modelli di previsione probabilistica operativa dei terremoti. Nell'immagine il palazzo della prefettura a L'Aquila dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Credit: TheWiz83/Wikipedia (CC BY-SA 3.0). 

Siamo abituati a immaginare le faglie come piani, a separazione di blocchi di roccia che muovendosi l’uno rispetto all’altro generano i terremoti. In realtà, le faglie hanno geometrie molto più complicate. Più che come piani, dovremmo immaginarle come sottili parallelepipedi, strati di roccia con un certo spessore, all’interno dei quali si trovano altre faglie più piccole, e così via in un meccanismo di segmentazione gerarchico.