Collocata nei giorni scorsi nelle
profondità dei ghiacci del Polo Sud l'ultima serie di sensori
dell'IceCube Neutrino Observatory, il più grande rilevatore di
neutrini mai realizzato.
Davvero uno strano telescopio,
l'IceCube. Immerso nelle profondità del ghiaccio antartico, fa
proprio di quel ghiaccio incontaminato il suo punto di forza. I suoi
5160 sensori, collocati quali perle preziose in 86 distinte collane
sprofondate anche fino a 2 chilometri e mezzo nella crosta ghiacciata
del Polo Sud, hanno il compito di rilevare la debole luce azzurrina
chiamata radiazione Cherenkov. Questa radiazione è la diretta
conseguenza dell'urto di un neutrino con un atomo di ossigeno:
nell'impatto viene prodotto un muone che si trova a muoversi nel
ghiaccio più velocemente di quanto non lo possa fare la luce ed è
proprio questa sua caratteristica all'origine della radiazione
catturata da IceCube.
I tecnici hanno iniziato a collocare le
file di rilevatori nel 2004 e qualche giorno fa sono finalmente
giunti alla conclusione della loro fatica. Impresa davvero titanica:
non è infatti un'inezia perforare il ghiaccio e tenere aperto quel
pertugio in modo che la fila di 60 rilevatori, ciascuno dei quali è
grande come un pallone da basket, possa essere collocata in modo
corretto.
Tutto è pronto, dunque. Finalmente
potremo cominciare a rilevare e studiare le caratteristiche degli
imprendibili neutrini sparati verso la Terra dai più energetici ed
esotici fenomeni dell'universo.
IceCube completato
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Cambiamenti climatici: l'adattamento non ostacoli la prevenzione

La retorica dell'adattamento rischia di far coincidere il controllo degli effetti del cambiamento climatico con l'intervento sulle sue cause. La sanità pubblica insegna che protezione e mitigazione non sono strategie alternative: senza la prevenzione primaria, ogni altra misura di tutela resta una rincorsa a un rischio destinato a crescere.
Sylvain Pedneault, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
Dopo l'intervento su Scienza in rete dedicato ad argomentare che quello che oggi viene spesso definito “adattamento” ai cambiamenti climatici non coincide con l'adattamento biologico della specie umana, ma piuttosto in strategie tecnologiche, urbanistiche e organizzative finalizzate a migliorare la convivenza con un ambiente sempre più ostile, ritengo utile compiere un ulteriore passo sul terreno della sanità pubblica.