fbpx Galassie piselline | Page 14 | Scienza in rete

Galassie piselline

Primary tabs

Read time: 2 mins

Immaginiamo di avere un archivio con le fotografie di un milione di persone che vorremmo opportunamente catalogare in vista di una indagine statistica. Fatti due conti del tempo occorrente, è facile constatare come il nostro tentativo andrebbe incontro a un misero fallimento. L'unica via d'uscita sarebbe poter contare sull'aiuto di migliaia di persone disposte a collaborare nella titanica impresa.

Questo è lo spirito che nel luglio 2007 ha animato la nascita del Galaxy Zoo Project. Da catalogare non c'erano immagini di persone, bensì quelle di un milione di galassie, l'immensa banca dati collezionata dai telescopi robotizzati della Sloan Digital Sky Survey. Aperto a chiunque voglia collaborare, nel primo anno il progetto ha visto la partecipazione di oltre 150 mila persone da ogni parte del mondo.

In questi giorni è stata annunciata l'ultima scoperta resa possibile da questa fantastica collaborazione. Carolin Cardamone (Yale University) e altri astronomi hanno infatti studiato in dettaglio 250 oggetti particolari che i volontari di Galaxy Zoo avevano scherzosamente catalogato con il nomignolo di "Green Peas" (letteralmente: pisellini) per il loro colore verdognolo, le piccole dimensioni e la forma tondeggiante. La ricerca, di prossima pubblicazione su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, ha messo in luce che si tratta piccole galassie estremamente compatte, ma con un elevatissimo tasso di produzione stellare. Distanti tra 1,5 e 5 miliardi di anni luce, queste galassie sono cento volte meno massicce della Via Lattea, ma fabbricano stelle ad un ritmo dieci volte più intenso.

"Il loro studio dettagliato - ha sottolineato Kevin Schawinski, uno dei fondatori di Galaxy Zoo - potrà darci preziose informazioni sui meccanismi evolutivi delle galassie".

Fonti: 

 

Autori: 
Sezioni: 
Astronomia

prossimo articolo

Caldo estremo: che cosa si intende con "adattamento"?

vista di area urbana

Temperature record, ondate di calore sempre più letali, e continuiamo a ripeterci che «ci adatteremo». Ma quando si parla di adattamento bisogna fare una distinzione fondamentale, perché climatizzatori, città più verdi, sistemi di allerta e cambiamenti nelle abitudini non sono adattamento biologico. Sono strategie indispensabili di protezione da un ambiente che cambia a una velocità senza precedenti ma, mentre il clima si riscalda nell’arco di pochi decenni, l’evoluzione umana procede in migliaia di anni. Confondere questi due tempi rischia di trasformare una necessità politica e sociale urgente in una pericolosa rassicurazione.

Le temperature record si susseguono, le notti tropicali diventano la norma, le città si trasformano in trappole di calore e gli ospedali registrano un aumento di accessi, ricoveri e decessi legati alle ondate di calore. Eppure, di fronte a questo scenario, una parola continua a essere ripetuta con sorprendente leggerezza: adattamento.

Viene spesso scritto o detto «tranquilli, ci adatteremo»: le città si adatteranno, l'agricoltura si adatterà, le persone si adatteranno.