fbpx Duemila anni di emissioni | Scienza in rete

Duemila anni di emissioni

Primary tabs

Read time: 3 mins

Un gruppo di ricerca internazionale (Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Svizzera) ha ricostruito ed analizzato le emissioni di metano nell’atmosfera degli ultimi duemila anni.

I ricercatori sono riusciti a determinare quanto metano è stato prodotto da fonti naturali e quanto da attività umane nel corso dei secoli. Le conclusioni, pubblicate sulla rivista Nature, indicano che già a partire dall'epoca romana l'uomo ha contribuito ad alterare le emissioni di metano nell'atmosfera, ma mai come negli ultimi duecento anni, periodo in cui la percentuale di metano da attività antropiche ha superato la metà delle emissioni totali.

Il metano è un potente gas ad effetto serra, in parte emesso da fonti naturali e in parte da attività umane. Le emissioni da fonti naturali sono influenzate da variazioni climatiche. Ad esempio, i batteri presenti nelle zone umide rilasciano metano e nei periodi di siccità, quando le zone umide si restringono, le emissioni diminuiscono. Grandi quantità di metano sono trattenute dal permafrost delle calotte polari, uno dei motivi per cui lo scioglimento dei ghiacciai è fonte di estrema attenzione e preocupazione tra i climatologi. Le emissioni antropogeniche provengono principalmente dalla produzione di energia e di alimenti. Ad esempio, il metano viene emesso dai campi di riso o dall'allevamento di bestiame. La combustione del legno per produrre energia e il disboscamento per destinare terreno alle coltivazioni (in molti casi con il metodo “taglia e brucia”) producono gas metano. Ma come si può stabilire l'origine del metano nell'atmosfera?

"Le fonti di metano hanno differenti composizioni di isotopi. Il metano prodotto dalla combustione di biomassa, come il legno, contiene maggiori quantità di isotopi pesanti (carbonio-13) rispetto a quelli leggeri (carbonio-12)", spiega Thomas Blunier, uno degli scienziati che ha guidato il progetto. I ricercatori hanno misurato la composizione di metano intrappolato nei blocchi di ghiaccio ottenuti tramite carotaggio sulle calotte della Groenlandia. Il ghiaccio trattiene piccole bolle d'aria. Analizzandone la composizione è stata ottenuta una curva che include informazioni sulla temperatura annuale e sul contenuto di metano nell’atmosfera. 

La curva degli isotopi mostra che le emissioni di gas metano hanno avuto diversi picchi negli ultimi 2100 anni. (1): in epoca romana, dove molto legno è stato bruciato per ottenere calore e per la lavorazione dei metalli. (2): durante il Medioevo, periodo caldo e arido con frequenti incendi. (3): durante la Piccola Era Glaciale, tra il 1350 e il 1850, caratterizzato da temperature molto rigide. La concentrazione di metano nell'atmosfera è aumentata notevolmente a  partire dal 1800, con l'avvento dell'industrializzazione e la crescita del fabbisogno energetico ed alimentare.

 

"Abbiamo osservato che già 2100 anni fa, in epoca romana, la diffusione di alcune colture e la combustione di grandi quantità di legname per la lavorazione dei metalli hanno provocato un aumento nelle emissioni di metano. Ma il livello era ancora basso”. Salvo rari picchi “le emissioni di metano sono aumentate notevolmente solo a partire dal 1800, quando la rivoluzione industriale è decollata e si è verificato un forte aumento della popolazione ", spiega Blunier. “Oggi, più della metà delle emissioni di metano proviene da attività umane ".



Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Metano

prossimo articolo

La ricerca e l'innovazione dell'IA in mano a oligopoli privati: l’allarme e le soluzioni

L`intelligenza artificiale va regolamentata prima che si affermino forme di oligopolio, o persino di monopolio, capaci controllare l`accesso alle informazioni e la produzione di nuove conoscenze: per questo serve un grande centro di ricerca pubblico che oggi può essere realizzato solo in Europa. Lo afferma il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi in occasione del convegno ⁠ "Ricerca e democrazia nell`epoca delle Big Tech" ⁠ organizzato dal Gruppo 2003 per la ricerca scientifica il 14 maggio presso la sede del CNR a Roma, in collaborazione con Scienza in rete. Il dossier presentato dall'associazione sostiene con dati i rischi posti da un predominio economico schiacciante esercitato da poche aziende che valgono quanto il PIL degli USA, e che stanno condizionando profondamente anche l'ecosistema della ricerca scientifica, sempre meno aperto e controllato dalla comunità di riferimento. Nell'immagine Giorgio Parisi, foto di Luca Carra.

Sei aziende (NVIDIA, Alphabet, Apple, Microsoft, Amazon e Meta) valgono oggi circa 22.000 miliardi di dollari, tre quarti del PIL degli Stati Uniti. Nel solo 2026 spenderanno in infrastrutture digitali tra 660 e 725 miliardi di dollari, circa tre volte e mezzo il bilancio federale americano per tutta la ricerca civile.