All’albore di ogni tumore della prostata c’è un intricato gioco di alleanze tra le prime cellule neoplastiche e i mastociti circostanti: queste cellule, note soprattutto per il fatto di liberare istamina nel corso delle reazioni allergiche, vengono reclutate da quelle tumorali per aprire la strada alla crescita della massa tramite la produzione della proteina MMP9, capace di “digerire” collagene e tessuti e favorire lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni. In seguito il tumore impara a prodursi la proteina da solo e quindi non ha più bisogno dei mastociti. «Abbiamo pensato perciò che, eliminando i mastociti, si potesse bloccare la malattia nelle sue fasi iniziali» spiega Mario Colombo, ricercatore dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano che ha coordinato il lavoro finanziato dalla Fondazione Italo Monzino, dal Ministero della Salute italiano e dall’Associazione Italiana Ricerca sul Cancro. «Ma abbiamo osservato che in questo modo, invece che i più comuni adenocarcinomi, si formano tumori neuroendocrini più aggressivi». L’organismo quindi, attraverso i mastociti, sceglie in un certo senso il male minore, ma i ricercatori non si rassegnano a questo compromesso: «Abbiamo osservato che l’imatinib, un farmaco molecolare già largamente impiegato nella cura delle leucemie e dei tumori stromali gastrointestinali, riesce ad attaccare i mastociti e stroncare contemporaneamente la crescita delle cellule neuroendocrine» conclude Paola Pittoni, prima firmataria della ricerca che si è anche guadagnata la copertina di Cancer Research.
Doppio gioco nella prostata
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Quanto pesa la macchina bellica sul clima

Le emissioni di gas serra legate al settore militare sono state a lungo escluse dagli inventari climatici ufficiali, nonostante eserciti, guerre e industria della difesa producano grandi quantità di CO2 provenienti dal consumo di carburante, dalle basi militari, dalla produzione di armi e dalla distruzione degli ecosistemi. In più, gli effetti sul clima non terminano con i combattimenti, perché anche la ricostruzione dei territori distrutti provoca nuove emissioni. Come riporta il Bulletin of the Atomic Scientists, tra le altre cose, gli Stati Uniti hanno un impatto climatico militare significativo causato dall’enormità della loro industria bellica e delle fitte collaborazioni con aziende private. Tuttavia, la mancanza di trasparenza e la segretezza militare rendono difficile conoscere e misurare con precisione l’impatto delle guerre sul clima.
Foto di Matias_Luge da Pixabay
Le emissioni di eserciti, operazioni militari e industria della difesa sono state a lungo solo parzialmente incluse negli inventari climatici nazionali.