All’albore di ogni tumore della prostata c’è un intricato gioco di alleanze tra le prime cellule neoplastiche e i mastociti circostanti: queste cellule, note soprattutto per il fatto di liberare istamina nel corso delle reazioni allergiche, vengono reclutate da quelle tumorali per aprire la strada alla crescita della massa tramite la produzione della proteina MMP9, capace di “digerire” collagene e tessuti e favorire lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni. In seguito il tumore impara a prodursi la proteina da solo e quindi non ha più bisogno dei mastociti. «Abbiamo pensato perciò che, eliminando i mastociti, si potesse bloccare la malattia nelle sue fasi iniziali» spiega Mario Colombo, ricercatore dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano che ha coordinato il lavoro finanziato dalla Fondazione Italo Monzino, dal Ministero della Salute italiano e dall’Associazione Italiana Ricerca sul Cancro. «Ma abbiamo osservato che in questo modo, invece che i più comuni adenocarcinomi, si formano tumori neuroendocrini più aggressivi». L’organismo quindi, attraverso i mastociti, sceglie in un certo senso il male minore, ma i ricercatori non si rassegnano a questo compromesso: «Abbiamo osservato che l’imatinib, un farmaco molecolare già largamente impiegato nella cura delle leucemie e dei tumori stromali gastrointestinali, riesce ad attaccare i mastociti e stroncare contemporaneamente la crescita delle cellule neuroendocrine» conclude Paola Pittoni, prima firmataria della ricerca che si è anche guadagnata la copertina di Cancer Research.
Doppio gioco nella prostata
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Cosa sappiamo sul crollo del Ponte Morandi, dopo la sentenza di I grado

Si è concluso ieri il processo di primo grado per accertare le responsabilità per il crollo del viadotto Polcevera il 14 agosto 2018. I giudici hanno condannato i vertici di Autostrade per l’Italia, società che gestiva l’opera, e della sua controllata incaricata della manutenzione, oltre che un funzionario del Ministero dei Trasporti. La condanna sembra quindi confermare la tesi dell’accusa secondo cui a causare il disastro fu la mancata manutenzione dell’opera e in particolare dei cavi in calcestruzzo armato che ancoravano il ponte al pilone numero 9. Le armature in acciaio di quei cavi erano gravemente corrose, come già nel 1992 era stato constatato decidendo di intervenire sul pilone numero 11. Una nuova indagine del 2015 confermava lo stato di degrado. Un progetto di risanamento dell’intero ponte era stato concluso nel 2017 e approvato nel 2018, pochi mesi prima del crollo. Nell'immagine di copertina il Ponte Morandi dopo il crollo. Fonte: Alessio Sbarbaro/Wikipedia (CC BY-SA 4.0).
Giovedì 16 luglio, la procura di Genova ha pubblicato la sentenza del processo di primo grado per il crollo del viadotto Polcevera, anche noto come “Ponte Morandi”, un ponte strallato in calcestruzzo armato precompresso inaugurato nel 1967 lungo 1182 che collegava Genova a Savona scavalcano il torrente Polcevera e alcuni quartieri di Genova situati nella valle.