fbpx Di che sostanza son fatti i sogni? | Scienza in rete

Di che sostanza son fatti i sogni?

Primary tabs

Read time: 2 mins

Ogni notte la mente fa esperimenti: si chiamano sogni. Non sappiamo bene a cosa servano. Le teorie psicodinamiche sottolineano la loro apparente funzione di soddisfazione di desideri, mentre le neuroscienze insistono sul consolidamento dei contenuti mnemonici. Un tempo si pensava che si sognasse solo in fase REM, ora invece si sa che l'attività onirica riguarda anche le fase a onde lunghe non REM. Il sogno, in realtà, rimane un mistero. Un po' di luce lo fa il nuovo saggio sulla fenomenologia e neurofisiologia dei sogni firmato da Giulio Tononi e Yuval Nir, entrambi dell'Università del Wisconsin a Madison. Tononi si è già distinto per aver elaborato con Gerald Edelman una teoria integrata della coscienza, oltre ad aver fornito una nuova (e non universalmente condivisa) teoria del sonno quale "downscaling sinaptico" (una sorta di compensazione dell'attività neuronale durante la veglia con un proporzionale abbassamento di intensità durante il riposo notturno).

Ora si cimenta con il sogno incrociando descrizione fenomenologica, neurofisiologia e neuroimaging. Ne viene fuori un ritratto intirgante, che segnala sia le somiglianze sia le differenze del sogno con lo stato di veglia. Le somiglianze, di natura biochimica ed elettrica, risiedono di fatto nella relativa omogeneità del fase REM del sonno (luogo privilegiato, comunque dell'attività onirica) con la veglia (tracciato simile all'elettorencefalogramma e similitudini alla PET). Le differenze, assai rilevanti, riguardano la tessitura narrativa dei sogni, che spesso non risponde alle coerenze logiche della veglia; anzi, sembra divertirsi a sfidare il senso comune e il principio di non contraddizione. Ma anche la mancanza di controllo, che ci impedisce di governare i sogni; e anche la loro labilità, che fa sì che essi si dissolvano appena svegli. Tanto che l'unico modo per ricordarli è di annotarne i tratti salienti immediatamente dopo il risveglio. Questo, secondo Tononi, dipenderebbe non tanto dal voler nascondere i contenuti perturbanti, quanto dalla mancanza di "aggancio" dei sogni, a livello neuronale, con percezioni esterne. A cosa serve, allora, il sogno? Forse a strutturare, nella sua libertà combinatoria, le competenze immaginative.

Trends in cognitive sciences, Volume 14, Issue 2, February 2010, Pages 88-100

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Neuroscienze

prossimo articolo

(Ri)guardare ER nel 2026

screenshot dalla sigla di ER Medici in prima linea

Rimesso a disposizione su Netflix, "ER – Medici in prima linea" resta un caposaldo dei medical drama. Rivederla a oltre trent’anni dal debutto non significa solo ritrovare casi clinici e personaggi, ma misurare quanto siano cambiati la medicina e il lavoro sanitario non meno delle rappresentazioni sociali della malattia. E forse anche accorgersi che, più delle pratiche e della realtà, a evolversi rapidamente sono stati i modi di raccontarle.

Nell'immagine di copertina: screenshot dalla sigla di ER - Medici in prima linea

Netflix ha messo a disposizione sulla sua piattaforma la serie ER – Medici in prima linea. Per chi l’aveva appassionatamente seguita ai tempi, odi et amo: da una parte ci toccano 15 anni di puntate da rivedere, dall’altra è l’occasione di immergersi in una serie nota, amata e che ha letteralmente fatto la storia di enorme successo dei medical drama. E, in questo modo, anche di farsi due conti su come è cambiata non solo la medicina sensu strictu, ma anche i suoi rapporti con la società e il modo di raccontarla.