In ricordo di Nicola Cabibbo

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Lo scorso 16 agosto all’età di settantacinque anni è morto a Roma Nicola Cabibbo. È stato uno dei più brillanti fisici teorici del dopoguerra: negli anni sessanta aveva formulato una teoria delle forze deboli tra le particelle elementari (di cui un parametro è comunemente indicato come angolo di Cabibbo), teoria rivelatasi corretta. La sua esclusione dal premio Nobel di due anni fa è stata considerata da moltissimi fisici, tra cui prestigiosi premi Nobel, un’assurdità e una terribile ingiustizia. Cabibbo è stato (dopo Fermi) il primo fisico teorico italiano a diventare universalmente noto: Roma, dove lavorava, era diventata un punto di passaggio quasi obbligato per i fisici americani che visitavano l’Europa.

Negli ultimi trent’anni era diventato una figura istituzionale di riferimento: presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e poi dell’ENEA, presidente dell’Accademia Pontificia delle Scienze; ma non aveva interrotto il suo impegno scientifico. Negli anni ottanta, mentre era presidente dell’INFN, aveva lanciato il progetto APE: la progettazione e la costruzione di un super-computer che per un periodo è stato il più veloce del mondo. Mi ricordo le riunioni il sabato mattina presto nella sua grande stanza all’università, davanti ad una lavagna: insieme agli altri componenti del progetto facevamo il punto della situazione e analizzavamo le difficoltà. Nei momenti in cui la discussione si accalorava, Nicola si alzava, diceva “Calma e gesso” ed incominciava a scrivere formule risolutive sulla lavagna. Molti noti fisici teorici hanno subito il suo imprinting, o come suoi laureandi (per esempio l’attuale presidente dell’INFN Roberto Petronzio ed io stesso) o come giovani collaboratori (l’ex presidente dell’INFN e attuale presidente del CNR Luciano Maiani).

Era una persona autorevole e rispettata da tutti. Quando voleva era un combattente, un duro, ma fondamentalmente era schivo e riservato: lasciava a tutti un’impressione di grande signorilità. Il mio amico fisico Eduard Brézin, ex presidente dell’Accademia Francese delle Scienze, scrivendomi in questi giorni, ne fa concisamente un ritratto fedele: “He was a great physicist and a real gentleman. I liked his style, made of restraint, and wise remarks in a few words.”

La sua influenza scientifica è stata larghissima. Nonostante la rinascita della fisica sperimentale italiana nel dopoguerra (merito tra gli altri di Amaldi, Conversi e Salvini) la fisica teorica italiana stentava a ripartire. Cabibbo fece la tesi di laurea con il più illustre fisico teorico dell’area romana, Bruno Toushek, un geniale austriaco trapiantato a Roma, che avrebbe certamente preso il Nobel insieme a Rubbia per i suoi studi sugli acceleratori a fasci incrociati se non fosse morto prematuramente. Cabibbo, con la sua teoria delle interazioni deboli, col suo successo internazionale, diventò un punto di riferimento, la dimostrazione pratica che era ancora possibile costruire in Italia una fisica teorica di ottimo livello. Ma forse sono stati ancora più importanti i suoi contatti diretti con i colleghi più giovani. Aveva un entusiasmo contagioso per la fisica, per il divertimento che gli suscitava mettere assieme i pezzi di un puzzle, fino ad ottenere un quadro coerente al posto di un insieme di dati sconnessi. Più di una volta l’ho sentito dire “Perché dovremmo studiare questo problema se non ci divertiamo a farlo?”. Le grandi scuole scientifiche nascono anche dalla capacità del maestro nel motivare le persone più giovani.

Il gioco era molto importante per Nicola: gli piaceva costruire cose, non solo per il loro possibile uso, ma anche per il puro gusto di farlo. Mi ricordo la costruzione, durata mesi, di uno specchio di trenta centimetri per telescopio, da lui molato a mano alla perfezione, partendo da due spessi dischi di vetro. Aveva anche costruito con le sue mani un mini-computer (una piccola scheda) che permetteva di vedere a un’altissima velocità sullo schermo di un televisore commerciale le figure generate da un automa cellulare (il gioco life). Quando sono andato a trovarlo ai primi di luglio, l’ho trovato provato dalla malattia, ma non nello spirito. Avevo notato alle pareti dei quadri astratti dalle forme arrotondate con forti macchie di colore puro. Quando gli ho manifestato il mio apprezzamento e gli ho chiesto chi fosse l’autore, mi ha detto tutto contento: “Li ho fatti io”.  E mi ha raccontato, con dovizia di particolari tecnici, come negli ultimi mesi, bloccato a casa dalla malattia, avesse sviluppato una tecnica digitale per trasformare delle fotografie in maniera da creare quelle immagini che mi avevano tanto colpito.

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