In quel dito l'impronta genetica di un'altra specie umana

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La rivoluzione molecolare avvenuta in campo antropologico a seguito del  recente sviluppo delle biotecnologie e della possibilità che queste hanno offerto agli scienziati di ricostruire a partire dalle informazioni archiviate nel genoma la filogenesi dei primati, e al suo interno l’evoluzione dell’uomo, sta aprendo nuove e affascinanti prospettive anche nel settore della paleoantropologia. Nel prossimo futuro saremo forse in grado di scoprire nuove specie di nostri antenati anche a partire da piccoli frammenti di fossili scarsamente interpretabili attraverso l’analisi morfologica. Ė quanto emerso dallo studio pubblicato il 25 marzo sul numero on line della rivista Nature. Alcuni ricercatori tedeschi  del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, diretti da Svante Pääbo, il “padre” del DNA antico, hanno isolato e sequenziato il DNA da una scheggia di un osso di un dito di ominino venuto alla luce nel 2008 in un sito sulle montagne dell’Altai nella Siberia meridionale, la grotta Denisova datata tra 30.000 e 48.000 anni fa. E hanno sorprendentemente trovato che non combaciava né col materiale genetico dei neandertaliani (Homo neanderthalensis) né con quello degli uomini moderni (Homo sapiens) che abitavano all’epoca nella stessa area. I dati molecolari sembrerebbero rivelare che la falange possa essere appartenuta a un nostro antenato estinto e rimasto fino a ora sconosciuto che migrò fuori dall’Africa dopo la prima uscita di Homo ergaster, circa 2 milioni di anni fa, e molto prima sia dell’antenato di Neandertal, l’Homo heidelbergensis che abbandonò la culla africana tra 300.000 e 500.000 anni fa, che di noi uomini moderni usciti da quel continente 70.000-80.000 anni fa. Infatti, il confronto tra la sequenza completa del genoma mitocondriale del fossile di Denisova e quelle di 54 uomini attuali, di un uomo moderno di 30.000 anni fa trovato in Russia, e di 6 neandertaliani, ha chiaramente indicato che la nuova sequenza si colloca completamente al di fuori della variabilità nota nella nostra specie e in quella neandertaliana: il genoma mitocondriale di Neandertal differisce dal nostro in media in 202 posizioni nucleotidiche mentre quello del reperto di Denisova mediamente in 385. Una simile differenza implica che la linea evolutiva dell’antenato siberiano si è separata circa un milione di anni fa, molto prima della divergenza tra l’uomo moderno e Neandertal.

Per confermare le conclusioni sul nostro nuovo antenato, i ricercatori tedeschi  stanno già generando sequenze di DNA nucleare e sperano di ottenerne quanto prima l’intero genoma. Se ci riuscissero sarebbe il genoma ominino più antico finora prodotto che eclisserebbe i risultati di Eske Willerslev e colleghi sempre pubblicati su Nature l’11 febbraio scorso.

Nonostante molti ricercatori siano scettici sulla possibilità di identificare una nuova specie ominina unicamente sulla base dei dati genetici, i risultati del gruppo di  Pääbo sembrerebbero confermare che l’umanità dell’era glaciale era molto più eterogenea di quanto avessimo ritenuto fino al secolo scorso. Infatti, già nel 2003 la scoperta sull’isola di Flores in Indonesia dell’Homo floresiensis, vissuto tra 90.000 e 12.000 anni fa, aveva modificato l’idea che solo due specie, sapiens e neandertal, fossero presenti in Europa e in Asia negli stadi  finali dell’ultima glaciazione. Ora, questo -presunto- nostro nuovo parente rafforzerebbe l’ipotesi che diversi rappresentanti del genere Homo convissero nel tempo e nello spazio con i diretti antenati dell’uomo attuale.

Olga Rickards
Antropologia Molecolare, Università di Roma

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