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Il futuro della ricerca italiana: Gilberto Corbellini

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Nel corso del Festival delle Scienze di Roma abbiamo incontrato Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della medicina e di Bioetica all’Università “La Sapienza”. E’ stata l’occasione per approfondire alcuni dei dieci punti sulla politica della ricerca sottoposti dal Gruppo2003 a partiti e movimenti politici che si candidano alla guida del Paese.

Professor Corbellini, parliamo degli investimenti in ricerca nel nostro Paese 

La politica degli investimenti in Italia richiede un ripensamento generale. C’è bisogno di una riflessione politica che permetta una riorganizzazione nei settori strategici dell’economia, consentendo così alle nostre imprese di diventare effettivamente competitive. Al di là poi degli investimenti vitali per il rilancio della ricerca, penso che la questione debba essere affrontata dal punto di vista della formazione e della motivazione da dare ai ricercatori affinché possano essere contenti di rimanere in Italia. In questo, ho l’impressione che il dibattito si concentri troppo e solamente sulla percentuale del PIL da destinare alla ricerca, dimenticandoci del graduale svuotamento dei laboratori e delle Università degli ultimi anni. I nostri atenei sono fermi, con un’età media dei suoi ricercatori sempre più alta. Il nuovo governo dovrà avere una visone ad ampio respiro, cercando di trovare un accordo fra le parti politiche, le quali devono rendersi conto che, se questo Paese non costruisce una politica della ricerca competitiva, investire di più o di meno sarà solo irrilevante.

Per quanto riguarda il settore biomedico, le charities come Telethon e AIRC dimostrano che “si può fare”. Si potrebbero utilizzare, come esempio, queste organizzazioni private non-profit? 

Un governo deve creare, innanzitutto, le condizione affinché i privati possano investire in ricerca. A mio avviso, la distinzione fra ricerca applicata e di base non ha molto senso. Esiste solo la buona ricerca. In tutti i paesi scientificamente avanzati c’è un bilanciamento fra i finanziamenti provenienti dal pubblico e quelli privati; in Italia la ricerca privata semplicemente non esiste. Adottare procedure tipiche delle fondazioni, secondo me, non è una strategia proficua per il rilancio. Non andremo avanti se continuiamo a pensare a soluzione sporadiche ed estemporanee: la soluzione va trovata in nuova chiave sperimentale.

E’ d’accordo nel selezionare un numero limitato di atenei e centri di ricerca dotandoli di risorse adeguate a portarli al livello dei migliori nei ranking internazionali?

Un problema tipico italiano è senz’altro quello di non essere lungimiranti. I nostri atenei non sono andati incontro a un’evoluzione competitiva. Gli altri Paesi invece, negli anni ‘80 e ‘90, hanno percepito la necessità di differenziare le proprie Università, distinguendo fra quelle che effettuano ricerca e quelle dedite alla didattica. Siccome questo da noi non è stato fatto, non si può imporre, oggi, un cambiamento così radicale. Ogni metamorfosi, per avere successo, ha bisogno di un periodo di adattamento.  

Quali sono i problemi nei meccanismi di distribuzione dei fondi di ricerca pubblici?

Nel corso della Seconda Repubblica, abbiamo vissuto in modo drammatico il conflitto d’interessi a cui nessuno ha voluto metter mano. Il problema riguarda le commissioni di valutazione dei progetti, all’interno delle quali sono chiamati a prendervi parte certamente scienziati autorevolissimi, che però troppo spesso decidono in un contesto di sostanziale conflitto d’interesse. Se gli stessi valutassero progetti in istituzioni come NIH statunitense non si sognerebbero mai di prendere le stesse decisioni che avallano invece in Italia. Bisogna affrontare questo gravissimo malcostume.

Come si potrebbe evitare la fuga del nostro migliore “Capitale Umano” all’estero?

Per evitare che i soldi che noi spendiamo per formare i nostri giovani e bravi ricercatori, che poi esplodono con tutto il loro talento all’estero, bisogna offrire gli strumenti e le strutture ottimali per fare una buona ricerca. E’ impensabile poter trattenere i nostri “cervelli” e attirare, inoltre, ricercatori stranieri, quando lo stipendio medio di chi fa ricerca in Italia continua a essere la metà dei suoi colleghi europei.

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