Dottorato di ricerca: apprendisti per sempre?

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Nella società della conoscenza i dottori di ricerca sono un lievito. Di giovani che dopo la laurea hanno speso almeno altri tre anni per addestrarsi all’indagine e a lavorare alla frontiera del sapere, hanno bisogno per crescere l’università, ma anche il sistema produttivo e la società nel suo complesso. Bene dunque ha fatto la Commissione Europea a elaborare e adottare i “Principi per una formazione dottorale innovativa”, auspicabile pietra tombale di una concezione del dottorato di ricerca che vedeva nel giovane dottorando un apprendista al servizio dell’accademico-supervisore, la cui migliore prospettiva era costituita dalla speranza di prenderne, un giorno, il posto. Non solo. Il dichiarato, ambizioso obiettivo dei “Principi” è anche quello di promuovere e diffondere nella società civile il valore del dottorato di ricerca e della ricerca tout court.

Questo nella ragionevole convinzione che tanti problemi di modernizzazione, internazionalizzazione, innovazione di imprese private ed enti pubblici possano essere risolti con la mentalità e l’approccio del ricercatore.

Purtroppo, quanto sta avvenendo in queste settimane in molte università italiane fa temere che stia prendendo piede un’interpretazione ‘pomodoro e basilico’ dei “Principi”. Liberato il dottorato da quell’aggettivo qualificativo (accademico) che ne rappresentava ormai un sempre più angusto letto di Procuste, si rischia adesso di privarlo anche del sostantivo che ne rappresenta l’essenza: ricerca. Il cosiddetto ‘dottorato industriale’ nel nostro paese sta nascendo spesso su progetti aziendali che nulla hanno a che vedere con la ricerca, nella mai sopita illusione che sia possibile fare innovazione senza ricerca. Si tratta di un equivoco potenzialmente letale. Nei paesi che hanno ‘inventato’ il dottorato industriale (Paesi Bassi, Svezia, Norvegia Danimarca, alcune università del Regno Unito), questo resta saldamente ‘di ricerca’, tanto che i dottorandi non conseguono il titolo se non hanno pubblicato i risultati del loro progetto di tesi in articoli scientifici. A questo punto è fondamentale che intervenga con rapidità e vigore l’Autorità ministeriale d’indirizzo del sistema universitario italiano, il MIUR, emani l’atteso Regolamento per il dottorato di ricerca. Non ci può essere spazio per i furbi. Se i giovani dottorandi, da apprendisti nell’accademia si trasformeranno in apprendisti nelle imprese, in “dottori senza ricerca”, non avremo fatto né l’interesse dei giovani, né quello delle imprese, né quello del paese.

Tratto da: L'Unità

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Crediti: Etereuti/Pixabay. Licenza: Pixabay License

Un'indagine commissionata da Fondazione Bracco a Eumetra per captare gli orientamenti degli opinion leader sui temi di Unione europea e ricerca scientifica ha mostrato che chi dovrebbe orientare l’opinione pubblica in realtà si allinea quasi perfettamente a essa: poco più della metà degli intervistati pensa che l'Italia non abbia beneficiato dall'ingresso in UE, e ben il 32% ritiene che l'Europa non sia essenziale per lo sviluppo scientifico del nostro Paese. Quest'idea può derivare dal fatto che l'Italia, negli ultimi anni, ha contribuito in media per il 9,47% del bilancio europeo della ricerca ma ne ha riportato a casa l’8,27%. Bisogna però tener conto della crescita in termini di competenze e di collaborazione transnazionale che queste risorse hanno generato e che vanno a riverberare su altri ambiti, principalmente innovazione ed economia