Donne e società scientifiche

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Risale a un paio di settimane fa la lettera aperta al Ministro Profumo, scritta da un gruppo di studiose umaniste, per “denunciare con forza come lo Stato continui a comunicare un’idea di sapere nel quale le donne e la differenza sessuale non trovano posto e la questione della relazione tra uomini e donne non è nemmeno minimamente sfiorata, anzi è del tutto rimossa”.
La protesta si collegava al tanto atteso decreto di indizione dei concorsi a posti e cattedre, finalizzati al reclutamento del personale docente nelle scuole. Per sostenere il loro punto di vista scrivevano: “Basta scorrere gli elenchi di autori che il candidato dovrebbe innanzitutto conoscere: tra i filosofi, nemmeno una donna; tra gli scrittori, una sola, Elsa Morante; nel programma di storia non c’è alcun accenno alla storia delle donne e alle questioni di genere; tra i fatti notevoli del Novecento non è menzionato il femminismo ecc..”. Le colleghe del Laboratorio di studi femministi «Anna Rita Simeone», autrici della lettera, erano piuttosto adirate ma è impossibile liquidarle come perenni incontentabili. Gli uomini preferiscono rimuovere queste ed altre colpe, dimenticando che “La storia delle donne nella cultura e nella vita civile è stata una storia di emarginazione fino alla fine dell'Ottocento e in gran parte ancora fino alla metà del Novecento, almeno nei paesi industrializzati”. Sono parole di Margherita Hack, scritte dodici anni fa, che spiegano le ragioni di questa arretratezza. 

Detto ciò, trascurare i progressi compiuti, specialmente nei rapporti donne e scienza, sarebbe altrettanto ingiusto, specialmente nei confronti delle donne (e degli uomini) che hanno lottato contro queste ingiustizie. E’ un terreno difficile perché è noto che le donne faticano alquanto a raggiungere i gradi più alti delle gerarchie accademiche e delle società scientifiche. Proprio per questo occorre guardare con soddisfazione a due risultati recenti.

Da qualche mese, ai vertici della Royal Society Chemistry (RSC), importante associazione scientifica e professionale di chimici con sede nel Regno Unito, ma che raccoglie adesioni in ogni parte del mondo, c’è una donna. Si tratta di Lesley Yellowlees, titolare della Cattedra di Elettrochimica Inorganica all’Università di Edimburgo dal 2005. E’ un fatto di portata storica perché è la prima volta che questo succede dal 1841, quando fu fondata la Chemical Society, da cui l’attuale RSC deriva. Quest’ultima è il frutto della fusione di quattro organismi diversi, tutti di area chimica. Alla Chemical Society si unirono, nel 1980, quella per la Chimica Analitica (fondata nel 1874), il Royal Institute of Chemistry (fondato nel 1877) e la Faraday Society (fondata nel 1903). Il processo di unificazione richiese circa otto anni per essere portato a termine. Al suo debutto la RSC contava 34.000 aderenti nel Regno Unito e 8.000 all’estero. Oggi i soci sono più di 47.500. E’ evidente che la potenza della RSC deriva anche dai collegamenti culturali tra i Paesi che fanno parte del Commonwealth delle Nazioni (CN), noto in precedenza come Commonwealth Britannico, ma non mancano rappresentanze significative di altri Paesi, Italia compresa. Questo dipende dal fatto che la RSC è la società di ambito chimico che raccoglie l’eredità associativa più antica a livello mondiale e, prima di quella americana, poteva essere considerata la società leader. Come il Commonwealth, la RSC ha un ruolo importante anche nel promuovere rapporti di mutua collaborazione fra i Paesi cosiddetti ricchi e quelli del Sud del mondo.

Lesley Yellowlees ha un curriculum di tutto rispetto. Una volta conseguito il PhD all’Università di Edimburgo, andò a perfezionarsi a Brisbane (Australia). Al ritorno in patria, proseguì gli studi a Glasgow. Rientrò poi ad Edimburgo nel 1985  e lavorò in quell’Università fino a che giunse alla cattedra. Ha diretto la School of Chemistry del’Università di Edimburgo dal 2005 al 2010 per poi passare a simile incarico al College of Science and Engineering. Le sue ricerche spaziano in vari campi. Si va dall’elettrochimica inorganica alla spettroelettrochimica, dalla spettroscopia EPR (risonanza paramagnetica elettronica) agli studi sullo sfruttamento dell’energia solare e utlizzazione della CO2. Lesley si è impegnata attivamente per promuovere il ruolo delle donne in campo scientifico.

Anche l’Italia, nel suo piccolo, ha fatto un passo in avanti. La professoressa Carmen Mortellaro, ordinario di Malattie odontostomatologiche presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, è stata eletta presidente della Società Italiana di Chirurgia Odontostomatologica. È la prima donna in Italia a guidare una società scientifica chirurgica e lo farà per il biennio 2012-2013.

Vivissime congratulazioni ad entrambe. 


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Sono state rese pubbliche il 5 dicembre scorso tre nuove mappe che mostrano le aree del pianeta più esposte al rischio sismico e quelle che, nel caso di un terremoto, subirebbero i danni maggiori in termini di morti, edifici crollati, danni all'economia (in particolare le tre mappe si riferiscono a hazard, risk ed exposure). A realizzarle, dopo quasi dieci anni di lavoro, è il Global Earthquake Model, un consorzio di università e industrie fondato dall'OCSE con sede a Pavia. Per la prima mappa i ricercatori hanno incorporato oltre 30 modelli nazionali e regionali di attività sismica con l'obbiettivo di calcolare la probabilità che un certo evento sismico con determinate caratteristiche si verifichi in ciascuna zona. Per la seconda hanno svolto un'indagine sui materiali e l'architettura degli edifici, mentre per la terza hanno misurato la distribuzione e la densità delle costruzioni. Nell'immagine i danni provocati dal terremoto del 28 settembre scorso a Petobo, un villaggio a sud della capitale Palu nella provincia centrale dell'isola di Sulawesi, Indonesia. Credit: Devina Andiviaty / Wikipedia. Licenza: CC BY-SA 3.0

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