Comunicazione scientifica, governance UE e III missione

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In questi giorni fervono i lavori della commissione Industria Ricerca Energia (ITRE) del Parlamento Europeo alla quale compete la negoziazione del futuro Programma Quadro, Horizon 2020. Attorno alla proposta della Commissione Europea si stanno raccogliendo in questi giorni emendamenti che verranno presentati dalla portavoce Teresa Madurell. C’era di che essere preoccupati della proposta iniziale, ma si sta andando in una direzione molto interessante. Uno dei temi di fondo sui quali lavorare è, infatti, il rilancio di quel percorso, avviato già venti anni fa, che portò a uno slittamento della politica da un burocratico top-down Government a una participatory Governance.

È vero che questo percorso fu reso obbligato dalla presenza ingombrante di stati nazionali gelosi della propria autonomia, con la conseguente adozione della politica di sussidiarietà per assicurare margine di manovra alla loro autodeterminazione. Ma esso favori, nei fatti, l’avvio di una Europa partecipativa con il coinvolgimento progressivo dei cittadini (per altro in sintonia con le tradizioni del regionalismo). Successivamente, però, lo sviluppo del governo europeo ha portato a un’esasperazione del ruolo della burocrazia, anche per limiti dei partiti nazionali. Si è venuto, così, a creare un ingolfo burocratico a Bruxelles, che si è sposato a un’ondata efficientistica, motivata anche dalla ricerca di legittimazione dinnanzi all’opinione pubblica. A questa duplice ondata ha fatto seguito, dalla metà dello scorso decennio, e dunque ben prima dell’attuale crisi economico-finanziaria, un’enfasi quasi ossessiva per l’innovazione. Niente di male, anzi, se non fosse che essa è andata troppo spesso lungo binari spesso in bilico fra il burocratico e l’efficientistico a cominciare, almeno, dal cosiddetto rapporto Aho.

Progressivamente, possiamo dire, si è lasciato cadere il valore unificante della cultura europea, che pure aveva ispirato al pari del pacifismo i padri fondatori dell’Europa. Si è giunti, non a caso, a uno stallo nell’elaborazione politica dei partiti, rimasti abbarbicati alla ottocentesca dicotomia lavoro-proprietà, con gli occhiali della quale è impossibile leggere la complessità della knowledge society. Fu anche per questo che il processo di governance venne sopravanzato da interessi lobbistici di cortissimo respiro che hanno approfittato proprio del vuoto politico creatosi. La crisi economica, negli ultimi due anni, ha poi distratto la critica politica, lasciando il campo a una deriva che favorisce le posizioni già forti e mette la sordina alle voci fuori dal coro.

Prendendo sul serio la knowledge society, come è ormai diventato ineludibile, non deve stupire che il governo della circolazione della conoscenza, ovvero la comunicazione scientifica, abbia seguito un’analoga parabola. Inizialmente concepita come riempimento top-down di un deficit che sarebbe la fonte ultima di atteggiamenti ostili alla scienza (public understanding, popularisation …), negli anni Novanta essa venne orientata verso la partecipazione progressiva di tutti i cittadini nelle determinazione delle linee di sviluppo di una democratic, science-based society (public engagement in S&T, knowledge citizenship, co-design, participatory design, open innovation…). Ma, proprio come si diceva sopra, questa linea evolutiva subì una torsione verso la dissemination (questo è il termine che ricorreva nella bozza iniziale di Horizon 2020). Non sembri malevola l’interpretazione di questo termine come l’accostamento della massima pubblicità data ai ritrovati della ricerca con “l’ammorbidimento” dell’opinione pubblica per favorire la diffusione delle innovazioni, comunque già deliberate a monte. Fra réclame e propaganda, dunque. Correggere questa impostazione non è un lavoro facile perché nessuno può sognarsi, tantomeno in questo frangente, di snobbare l’innovazione. Ma, per gli stessi motivi, nessuno può sognarsi di concepire una tale innovazione che non sia realmente partecipata: la società della conoscenza o sarà attivamente democratica o sarà passivamente tecnocratica. Troppo grandi gli interessi in gioco, la velocità del mutamento sociale e dell’innovazione tecnologica, e la stessa portata antropologica delle innovazioni che si profilano per i prossimi anni. Proprio la chiusura della forbice politica aperta dalla modernità fra merito individuale ed eguaglianza sociale è la sfida “2020”. Nei prossimi mesi vedremo come il Parlamento e il Consiglio riusciranno a “ripensare il futuro”. 

Fra l’altro, è bene sottolinearlo, in gioco è il ruolo dell’istituzione Università.
Vediamo perché. Il bivio è fra, da un lato, un’università ancella di un’innovazione autodeterminata, elitaria e dai meccanismi decisionali opachi, ammantata magari da necessitarismo fatalistico, opportunismo localistico, vetero-mercantilismo del “servizio al cliente”, e, dall’altro, un’università motore di una società della conoscenza a cittadinanza democratica. In gioco, diciamocelo fuor dai denti, è l’idea stessa di Università. Nei documenti preparatori di Horizon 2020 se ne parla, infatti, solo per la ricerca (e a patto che sappia preludere a certe innovazioni) e per l’alta formazione (e a patto che sappia fornire le competenze richieste dal mercato attuale). Mentre non si fa menzione della sua Terza Missione , sulla quale, per altro, anche una recente risoluzione del Parlamento europeo, voluta da Luigi Berlinguer, ha messo l’accento.

La Prima Missione dell’università, storicamente, è stata quella di trasmettere il sapere attraverso le generazioni con la formazione di figure altamente qualificate (medici, funzionari della Pubblica Amministrazione, insegnanti ecc.). E fu per questa che vennero create le prime università. Anche se la fondazione dell’Università di Napoli potrebbe averla anticipata, la Seconda Missione fu in realtà sviluppata assai più tardi dalle università, sotto la pressione dei progressi che la scienza aveva fatto nelle Accademie, al di fuori delle sue mura. Essa consiste nell’aumentare la conoscenza certificata (riconosciuta, discussa, istituzionalizzata) per rispondere a esigenze sia di curiosità sia di benessere sociale (e il legame fra le due è evidentissimo allo storico). Le prime università ad adottarla furono quelle tedesche della riforma humboldtiana, seguite da quelle americane e poi quelle europee, decenni dopo. La Terza Missione, invece, è recentissima.

Essa può essere fatta risalire all’ingresso delle acquisizioni scientifico-tecnologiche nell’agenda dell’opinione pubblica. Per essere pienamente sviluppata, dunque, presuppone un adeguato sviluppo dell’opinione pubblica, che per altro essa stessa contribuisce a stimolare arricchendone il dibattito con contenuti approfonditi e uno sguardo prospettico di lungo periodo. Possiamo, dunque, dire che la Terza Missione dell’università sorge dall’incontro fra cittadini, dotati di maggiori o minori expertise specialistiche, portatori di interessi economici o culturali, reclamanti opportunità di conoscenza circa le ultime acquisizioni della ricerca e le prospettive tecniche di rilevanza pubblica. Di iniziative che rientrano in essa ne abbiamo viste in numero sempre crescente e, soprattutto negli ultimi venti anni, con una proliferazione di luoghi esterni all’università (musei, parchi scientifici, mostre, festival, caffè scientifici ecc.). A buon diritto vi rientrano anche tutte le fuoriuscite della conoscenza prodotta dalle università sia sotto forma di prodotti documentari (brevetti, lavori in conto terzi, pubblicazioni destinate all’esterno delle comunità specialistiche, iniziative di comunicazione pubblica ecc.), sia di servizi per il territorio (spin off, parchi scientifico-tecnologici, centri di ricerca misti pubblico/privato, contesti creativi, formazione mirata, ecc.), sia per il formarsi di una classe dirigente capace di interpretare bisogni e opportunità del Paese e, in una parola, del suo orizzonte.

Ma la Terza Missione è anche il luogo ideale per lo svilupparsi della capacità di immaginazione sociologica (il termine è di Charles Wright Mills) di una nazione (di un continente) nel darsi possibilità di futuro. Essa passa, inevitabilmente, per la rilettura collettiva del passato storico, e dunque per la valorizzazione dei beni culturali ereditati (anche attraverso gli scavi archeologici cui si riferisce l’Anvur, ma certo non solo questi: cfr. Appendice II.3. La nitidezza con la quale viene formulata (e valutata), evidentemente, è la cartina al tornasole di quanto la politica crede nella conoscenza (e di quante chances possiede nella società della conoscenza).
Possiamo tentarne una definizione: essa è l’insieme di tutte le attività di comunicazione attraverso qualsiasi mezzo (media, brevetti, convegni, scambi informali ecc.) nella knowledge society (cittadini, imprese, P.A., opinione pubblica ecc.), con qualunque grado di approfondimento e sistematicità (dalla divulgazione di massa alla formazione di conoscenza esperta partecipata, alla comunicazione interdisciplinare), della conoscenza sotto qualsiasi forma (teorica, pratica, tacita, incorporata in prodotti/servizi/processi, immersa nell’ambiente ecc.) prodotta dalla ricerca o generata nel corso della comunicazione medesima, senza finalità di riconoscimento formale di un livello educativo conseguito (come per la didattica), al di fuori dei confini disciplinari (a differenza della ricerca), al di fuori anche dei confini dell’Università e della comunità scientifica.

Purtroppo la conoscenza non si trasferisce da uno all’altro come un oggetto qualunque (knowledge transfer è un ossimoro): si può solo stimolarne la ri-produzione nella testa delle persone. E se questa non avviene perfettamente può nascere, paradossalmente, proprio la scintilla dell’innovazione. Anzi, le è indispensabile per non deperire proprio la continua circolazione: perché non si tratta di un sapere qualunque, come quello custodito gelosamente dall’erudito o dall’artigiano. Essa vive solo nella misura in cui e fino al momento in cui circola liberamente fra le persone. Proprio nel circolare essa potenzia la capacità dei cittadini di autodeterminarsi e, dunque, la governance partecipativa nella società della conoscenza. Svilire la comunicazione della scienza e la Terza Missione dell’università equivale, insomma, a svuotare la governance dell’Europa: riprendere il cammino, invece, vuol dire lavorare per un’innovazione, e un futuro, auspicabili.

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