Stamina e politica della scienza: tempo di cambiamenti

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Per certi versi il caso Stamina è un caso tipicamente italiano. Basta ricordare la vicenda Di Bella per far sorgere il sospetto che gli Italiani siano un popolo vulnerabile alle illusioni in campo scientifico. Purtroppo le decisioni politiche prese finora in relazione a questa vicenda sono spesso in contraddizione le une con le altre, quasi mai sono il risultato di un serio e argomentato dibattito, e in nessun caso derivano da un’idea chiara del rapporto tra scienza, cittadini e istituzioni democratiche nel nostro paese.

Molti scienziati italiani di chiara fama – spesso tramite associazioni della cosiddetta società civile – hanno messo il proprio nome e la propria faccia in questa storia, scrivendo sia sui giornali, che su accreditate riviste scientifiche internazionali. La loro voce ha rappresentato finora l’unico argine al dilagare di una sorta di irrazionalità collettiva che sembrava aver inesorabilmente colpito il paese all’inizio di quest’anno.

Questo isolamento della comunità scientifica è preoccupante, ma non sorprende più di tanto. Vorrei provare a spiegare perché. Scienza e istituzioni democratiche Il costituzionalista americano Cass Sunstein, sostiene che il controllo pubblico dei rischi tipici delle società industriali avanzate (soprattutto quelli legati alla salute) sia in occidente una priorità politica almeno dalla metà degli anni ’60 (1). La scienza ha un ruolo fondamentale nel processo di re-distribuzione di tali rischi e va dunque considerata come un fattore centrale nello sviluppo democratico di una società. In Italia però si fa ancora fatica a riconoscere la centralità della scienza nei processi di trasformazione politica e sociale. Eppure anche da noi, in un modo o nell’altro, c’è la scienza al centro di molte controverse vicende politiche.

Per citare solo alcuni esempi: ha a che fare con la scienza capire a quali rischi lo stabilimento dell’ILVA esponga i cittadini di Taranto, sapere se le antenne militari di Niscemi possano veramente nuocere alla popolazione, o conoscere l’impatto ambientale e sanitario reale della TAV. Ha inoltre a che fare con la scienza sapere se esista uno straccio di prova a supporto di una presunta terapia cellulare. In tutti questi casi, la scienza si intreccia con le aspettative delle persone ed entra a pieno diritto nella dimensione democratica delle scelte pubbliche. A tal proposito, Sheila Jasanoff, dell’università di Harvard, ha recentemente coniato il termine «bio-costituzionalismo» (2) per indicare quelle fasi nella storia politica di una nazione in cui si cerca di dare un senso e una collocazione giuridica e politica alla presenza spesso destabilizzante di nuove conoscenze scientifiche, di nuove tecnologie, e dei rischi ad esse legati: che si tratti di farmaci, di embrioni generati in vitro, di cellule staminali, di scorie radioattive o di organismi geneticamente modificati, nelle società tecnologicamente avanzate, scienza e democrazia si determinano e si mettono in discussione a vicenda. Questo avviene eminentemente su due piani, quello giuridico e quello politico.

Sul piano giuridico, le decisioni pubbliche in materia di scienza, tecnologia e innovazione rimettono in discussione concetti e valori morali fondamentali, cercando di trasformarli o di forgiarne di nuovi. Sul piano politico poi, gli scienziati, in qualità di esperti, vengono ad assumere un ruolo sempre più diretto e visibile nelle decisioni pubbliche. Questo tipo di rappresentanza politica della conoscenza è talmente diffusa da prestare facilmente il fianco a frequenti accuse di incompatibilità con i modi e la sostanza di una pratica politica autenticamente democratica. Nel caso Stamina, a concetti di portata costituzionale come il diritto alla salute e la libertà di cura si cerca effettivamente di attribuire inedite e controverse valenze.

Non è dunque in discussione solo la scientificità del metodo Stamina – sulla cui assenza non mi pare possano esservi dubbi. Il discorso sulla scientificità del metodo Stamina, sebbene fondamentale, non esaurisce infatti la portata di tale vicenda. Altrettanto importante è valutare le idee che il metodo Stamina si porta dietro, ad esempio per quanto concerne i diritti connessi al proprio corpo in ambito sanitario o la legittimità delle tutele di cui lo stato, in tale ambito, è garante.

Sul piano politico, però, abbiamo finora assistito ad una tendenza opposta rispetto a quanto sopra descritto: la scienza, tanto nei tribunali, quanto a livello politico non è stata di fatto granché interpellata. Le decisioni collegate a questa vicenda, pur così delicate, sono state piuttosto il frutto di interessi politici locali e contingenti, di conflitti di competenze, e della pressione esercitata sui decisori direttamente o attraverso faziose campagne mediatiche. Nell’affaire Stamina, la sfiducia mostrata dalla politica e da molti cittadini nei confronti della scienza è un segnale da non sottovalutare e su cui avviare una riflessione seria, volta a trovare il modo di rimettere in comune la conoscenza scientifica come parte del patrimonio civile condiviso. La conoscenza scientifica – insieme, beninteso, ad altre fonti – è infatti indispensabile alla formazione di ragioni pubbliche a sostegno delle scelte politiche di un paese civile.

Del resto, non ci si può ragionevolmente aspettare che la vicenda Stamina e le altre numerose vertenze scientifiche aperte nel nostro paese, possano essere risolte a colpi di sentenze, decreti urgenti, emendamenti, osservatòri e tavoli tecnici improvvisati – quale che sia il ruolo della scienza e degli scienziati in questi contesti. Tali sistemi, infatti, acuiscono anziché ricomporre le divisioni che sono alla base di tali vertenze, rendendole di fatto ingovernabili, e rendendo il paese troppo vulnerabile e instabile dal punto di vista regolativo ed istituzionale. Se, al contrario, nel nostro paese le scelte pubbliche relative alla scienza e all’innovazione rispondessero ad una vera strategia politica di lungo termine, non ci troveremmo sempre e di nuovo a fronteggiare un tale livello di conflittualità.

È perciò urgente che il nostro paese si doti di luoghi istituzionali stabili e non estemporanei entro i quali si possa aspirare a decisioni democratiche condivise, non faziose, non ideologiche o anti-scientifiche, basate su procedure affidabili, argomenti fondati e prove rigorose, rivedibili alla luce di nuove prove e argomenti migliori. Sulla scia di quanto avviene in altri paesi (come la Francia e la Danimarca ad esempio), nei quali esistono organi istituzionali preposti alla valutazione delle opzioni tecnico-scientifiche, l’Italia deve trovare soluzioni di sistema volte a riavvicinare scienza e cittadini. Solo così è possibile immaginare un dialogo aperto e proficuo tra esperti, cittadini, associazioni e decisori, e sperare quindi di prevenire o smorzare conflitti che rischiano periodicamente di degenerare.

A tale scopo, la politica deve scegliere chiaramente e inequivocabilmente i suoi interlocutori: scelga di dar vita ad un serio progetto democratico attorno alla scienza, di farsi accompagnare e consigliare in tale processo da chi ha competenza dimostrata (e non presunta) circa le modalità di produzione della conoscenza scientifica e circa le complesse questioni etiche e giuridiche legate al suo sviluppo. Ascolti le esigenze e i punti di vista di tutti, ma da tutti pretenda rigore e trasparenza. Scienza e nuovi intellettuali Le vicende sopra richiamate, e molte altre analoghe questioni, inducono a ritenere che in Italia il nesso tra scienza e democrazia non sia ancora considerato come una categoria politica di primaria importanza. Per questo motivo, il rapporto tra regolazione pubblica e aspettative individuali in merito alla scienza, alla biotecnologia e all’innovazione, non è normalmente oggetto di discussione pubblica. Questo spiega perché, come si è detto all’inizio, numerosi scienziati italiani abbiano avvertito la necessità di esporsi in prima persona sul caso Stamina.

In tali frangenti è del resto comprensibile che gli scienziati, visti la portata e l’impatto delle loro conoscenze, assumano sempre più spesso anche il ruolo di intellettuali, ossia di interpreti della realtà che essi stessi contribuiscono a creare e a modificare. Tale fenomeno potrebbe essere vissuto come un trauma dalle élites intellettuali tradizionali, ma rappresenta in verità un arricchimento ed un’opportunità di scambio reciproco tra scienze della vita e scienze umane. Gli umanisti però devono imparare ad occuparsi di più di scienza e gli scienziati mostrarsi interessati al dialogo: per farlo ci vogliono competenza e apertura interdisciplinare. In tal senso, la vicenda Stamina può e deve costituire il punto di partenza di una riflessione nuova, che finora non c’è stata, sull’intreccio tra scienza e democrazia: tale riflessione risulterà fondamentale per l’avanzamento del dibattito pubblico in Italia. Per fortuna, tra le enormi difficoltà di cui spesso si parla, molti giovani studiosi di provenienza sia scientifica che umanistica si stanno muovendo in questa direzione: che si facciano avanti e che gli si lasci spazio. A loro spetta la formulazione di un vocabolario politico rinnovato, capace di immaginare nuove forme di responsabilità pubblica e di cittadinanza scientifica che portino finalmente la democrazia italiana in una fase di ulteriore sviluppo e progresso.

La presenza in Parlamento di due nuovi senatori a vita provenienti dal mondo scientifico come Elena Cattaneo e Carlo Rubbia rappresenta in questo senso una reale occasione di cambiamento. Sarebbe bello se proponessero di destinare i tre milioni di Euro stanziati per finanziare la sperimentazione delle false promesse di Stamina a sostegno di quegli studiosi e delle loro ben più promettenti speranze.

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