fbpx La vista non è tutto, storie di scienziati non vedenti | Scienza in rete

La vista non è tutto, storie di scienziati non vedenti

Primary tabs

Tempo di lettura: 5 mins

Marco Taddia recensisce L’universo tra le dita. Storie di scienziati ipovedenti o non vedenti (Efesto, 2021), di Michele Mele, che ripercorre la storia di dieci grandi scienziati privi della vista.

Se leggete ad alta voce la formula che rappresenta la radice quadrata della somma di due numeri è molto probabile che vi esprimiate così: “radice quadrata di a più b” ma chi vi ascolta, per esempio al telefono, potrebbe fraintendervi. Per esempio potrebbe scambiarla per la somma di due addendi: la radice quadrata di a più b, quest’ultimo fuori dal segno di radice. Se dal telefono passiamo all’ambiente scolastico e in particolare agli studenti disabili, non vedenti o ipovedenti, imparare la matematica da un docente che parla ad alta voce presenta, in assenza di un supporto adeguato, non poche difficoltà.

Ne parla anche Michele Mele nel bel libro L’universo tra le dita. Storie di scienziati ipovedenti o non vedenti (Efesto, 2021), raccontando, tra le altre, la breve biografia di Abraham Nemeth (1918-2013), matematico, inventore e cieco dalla nascita.

Mele tratta il problema con cognizione di causa, avendo al suo attivo una laurea magistrale in Matematica all’Università di Salerno, un PhD in Scienze Matematiche e Informatiche alla “Federico II” di Napoli ma soprattutto avendo conseguito questi titoli nonostante sia anch’egli ipovedente. Mele ci racconta che Nemeth, afflitto da degenerazione maculare e retinite pigmentosa fu aiutato amorevolmente dalla famiglia a seguire la sua vocazione, ossia i prediletti studi di matematica e, dopo una prima laurea in psicologia, conseguì la laurea magistrale in Matematica al Brooklyn College. Di Nemeth è il sistema di letture ad alta voce delle formule che prese il nome di MathSpeak, successivamente inglobato nella prima sintesi vocale in grado di leggere la matematica. Diede il nome anche un codice che permette di scrivere le notazioni matematiche in Braille, presentato nel 1952 e successivamente perfezionato più volte dallo stesso ideatore.

Mele ci presenta altri nove scienziati, tra i quali il chimico-imprenditore statunitense Henry “Hoby” Wedler (1987, Petaluma, California), laureato non soltanto in chimica ma anche in storia americana, fondatore con altri professionisti del progetto “Accessible Science” e vincitore del Diversity and Inclusion Award della RSC britannica.

I risultati ottenuti da questi scienziati dimostrano che il talento, la personale determinazione, il sostegno dei famigliari e degli insegnanti, consentono anche ai non vedenti di accedere ai più alti gradi degli studi in materie, come la chimica, che sembrerebbero escluderli. Tant’è che un altro chimico, anzi una chimica, spicca nella galleria di Mele. Si tratta di Mona Minkara, esperta di bioingegneria e assistant professor alla Northeastern University, College of Engineering.

Nata nel 1987 in una piccola cittadina del Maryland da immigrati libanesi, Minkara è di fede musulmana e pur essendo priva della vista è dotata di un’invidiabile forza di carattere. Questa è testimoniata anche dall’intervista rilasciata nel 2017 a Rachel Brazil di Chemistry World, organo della RSC. Quando aveva circa sette anni le fu diagnosticata, oltre a una degenerazione maculare, una distrofia dei coni e dei bastoncelli che le azzerò rapidamente il visus. Questo non le ha impedito di ottenere nel 2015 un dottorato in chimica. Lo scorso autunno Minkara ha tenuto un seminario sul tema Computational Studies of Pulmonary Surfactant. Gli argomenti includevano monostrati lipidici, proteine e sviluppo di farmaci, oltre a una discussione dei metodi computazionali, comprese simulazioni Monte Carlo e di dinamica molecolare, modellazione dell'omologia e calcoli di docking molecolare. Qui non possiamo andare oltre se non ricordare che il surfattante (tensioattivo) polmonare riveste notoriamente un ruolo assai importante nella pandemia che sta affliggendo l’umanità. Minkara è arrivata a distinguersi nella comunità scientifica non solo per i suoi articoli ma anche per aver proposto, tramite il Journal of Chemical Education, l’implementazione di protocolli idonei ad accompagnare la formazione di studenti non vedenti in chimica fisica e computazionale.

Certo, per una persona priva della vista, il cammino per laurearsi in chimica richiede una serie di accorgimenti specifici, come spiega Cary Supalo in un articolo istruttivo. Gli sforzi da mettere in campo, sia da parte degli studenti che da parte dei docenti, devono rientrare in un quadro di tecniche messe a punto preventivamente, senza lasciar spazio all’improvvisazione.

Andando indietro nel tempo, il libro di Mele ci presenta altri matematici: Nicholas Saunderson (1682-1739), Leonhard Euler (1707-1783) e Lawrence Baggett (1939). È la prova che la matematica è particolarmente congeniale alle persone che soffrono di cecità, dotate di una capacità di astrazione fuori dal comune. A questo proposito, per saperne di più e in particolare sul potenziamento delle altre potenzialità sensoriali di queste persone, è utile rileggere il libro di Oliver Sacks L’occhio della mente (Adelphi, 2011). Ci aiuterà a capire meglio anche gli incredibili successi ottenuti dai restanti scienziati che compaiono nel libro di Mele: l’ingegnere civile John Metcalf (1717-1810), l’entomologo François Huber (1750-1831), il medico Jacob Bolotin (1888-1924) e l’ingegnere biomedico Damion Corrigan (1979). Si potrebbe pensare che questa galleria includa soltanto dei geni ma forse non è così: molto dipende dall’ambiente in cui sono cresciuti. Nel capitolo dedicato ad Huber, studioso della vita delle api, Mele scrive:

Non è poi così difficile creare un ambiente inclusivo, un contesto che permetta alle menti dei non vedenti e degli ipovedenti di seguire una naturale vocazione

Egli ci fornisce molti esempi in proposito, uno per ciascuno dei protagonisti. Aggiunge:

la prova tangibile che i processi di inclusione non giovano soltanto ai più immediati destinatari, ma all’intera comunità, è che i loro benefici sono largamente superiori ai costi

Circa le qualità personali che permettono a un non vedente di emergere, Mele a proposito di Bolotin afferma che fu un

condensato di razionalità e capacità di sognare, nel quale non c’è mai stato spazio per alcuna traccia di autocommiserazione, a fare di questo ragazzo di umile famiglia uno dei più grandi americani di tutti i tempi

La sua patria, tra l’altro, ne riconobbe i meriti riproducendo la sua effigie su una serie di francobolli emessi nel centenario della nascita. Mano a mano che si procede nella lettura, Mele ci convince che coloro ai quali la Natura ha tolto uno strumento che tanti non sfruttano in modo adeguato, non hanno bisogno di indulgente compatimento e, men che meno, di venire scoraggiati quando aspirano a traguardi impegnativi.

Occorre allora che genitori e insegnanti mettano da parte ogni pregiudizio, perché non è vero che gli studi scientifici, in particolare quelli di chimica, siano preclusi ai non vedenti.

In conclusione, gli esempi del libro e la documentazione citata dovrebbero costituire un messaggio di speranza per i giovani, di incoraggiamento per le famiglie e di stimolo agli insegnanti. Benché ipovedente, Michele Mele, attualmente assegnista all’Università del Sannio, guida con sicurezza di scrittura i suoi lettori alla scoperta di un mondo nuovo, meritevole di maggiore interesse.

 


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Pubblicare in medicina: un libro sui problemi (e le possibili soluzioni) dell'editoria scientifica

Un’industria ipertrofica cresciuta a spese dei meccanismi di produzione culturale della scienza. Un’industria dai profitti enormi e senza margini di rischio, capace di farsi credere indispensabile da chi la ingrassa credendo di non avere alternative. Il libro di Luca De Fiore, documentatissimo e spietato, procede per quattordici capitoli così, con un’analisi di rara lucidità sui meccanismi del, come recita lo stesso titolo, Sul pubblicare in medicina. Con il quindicesimo capitolo si rialza la testa e si intravede qualche possibile via d’uscita. Non facile, ma meritevole di essere considerata con attenzione soprattutto da chi, come ricercatore, passa la vita a “pubblicare in medicina”, o a cercare di.

A spanne il problema lo conosciamo tutti. Per fare carriera, un ricercatore ha bisogno di pubblicazioni. Le pubblicazioni, per definizione, devono essere pubblicate, e a pubblicarle sono le riviste scientifiche. Ma siccome, dicevamo, il ricercatore ha bisogno di pubblicare, i suoi articoli li regala alla rivista, anzi li manda speranzoso di vederli in pagina.