Toglietemi tutto, ma non il parabene

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Devo chiedere scusa a mia figlia. L’ho tormentata per anni perché si sottoponesse alla tortura della ceretta, appellandomi a verificatissime dimostrazioni dell’indebolimento del pelo in seguito allo strappo. In realtà già nel 1923 l’antropologa forense Mildred Trotter, incuriosita dalla credenza popolare secondo cui la crescita dei peli sarebbe influenzata da fattori esterni, aveva fatto un esperimento che falsificava la diceria. Presi dieci amici (otto donne e due uomini), fece uno studio chiedendo loro di radersi solo una gamba due volte a settimana per otto mesi. Alla fine dell’esperimento non vi erano differenze tra i peli della gamba rasata e quelli dell’altra. La sensazione che i peli crescano più lentamente dopo una ceretta deriva dal fatto che, avendo strappato la radice, devono ripartire da zero. La struttura del pelo e la sua velocità di crescita sarà la stessa.

Però talvolta mia figlia ha torto e ho ragione io. La crema solare che ci mettiamo è sempre troppo poca. La dose consigliata è di due milligrammi per ogni centimetro quadrato di pelle. Una persona media, alta intorno al metro e sessanta e di una sessantina di chili, avrà una superficie di pelle di circa 15.000 centimetri quadrati. Quindi avrà bisogno di 30 grammi di crema (cioè 30 millilitri) per coprire il suo corpo. A questo punto, un flacone da 200 millilitri basterà per sei applicazioni. Che non significa sei giorni, perché dovremmo rimettere la crema dopo il bagno, anche se c’è scritto che è resistente all’acqua. Inoltre il fattore di protezione (Spf) che appare sul tubetto non indica il fattore moltiplicatore della quantità di tempo per cui si possiamo esporre, ma la quantità di energia che raggiunge la pelle. Quindi se mettiamo una crema con fattore 50 non significa che possiamo stare al sole per un tempo cinquanta volte superiore a quello normalmente previsto per non scottarci, ma che dobbiamo tenere conto di quanto il sole “picchia”. Quindi la soluzione è mettersi molta crema e stare poco al sole (il che tra l’altro è il miglior sistema contro le rughe).

Tutto questo parlare di depilazione e di sole ci porta direttamente alla prova bikini, e al timore di aver contratto la più remunerativa malattia inventata dal marketing: la cellulite. Nel 2016 si sono spesi, solo per le creme anticellulite, 87 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i costi dei massaggi, dei macchinari e della chirurgia. Consiglio a tutte la lettura del capitolo sulla cellulite nel libro “Il trucco c’è e si vede” di Beatrice Mautino. L’analisi di questa “normale espressione dell’adiposità femminile” intreccia medicina, pseudomedicina, fake news e marketing. Soprattutto marketing, come spesso avviene per la cosmetica. Prima regola: se vuoi inventare qualcosa, dalle un nome. E quindi la “distrofia del tessuto mesenchimale non infiammatoria caratterizzata da ritenzione interstiziale di fluidi”, una caratteristica fisiologica dovuta a differenze probabilmente genetiche nell’architettura dei tessuti cutanei, diventa una malattia col nome di “cellulite”. Da debellare con creme sciogligrasso.

Ma questo grasso sciolto, dove va? Con uno dei guizzi che costellano il suo libro, Mautino rivede in questo la versione cosmetica di Karate Kid: metti la ciccia, sciogli la ciccia, metti la ciccia, sciogli la ciccia. Infatti gli acidi grassi che abbiamo separato piano piano si riattaccano al glicerolo per formare di nuovo i trigliceridi. In un costosissimo eterno ritorno dell’identico.

Continuando nella nostra preparazione per le vacanze, andiamo a comperare un po’ di prodotti per l’igiene. Ed entriamo così nel fantastico mondo “senza”. Se ormai, con buona pace di Feuerbach, siamo diventati quello che non mangiamo, come dice Marino Niola nel suo libro “Homo dieteticus”, anche per i prodotti dell’igiene crediamo che less is more. La caccia al sapone senza sapone, al deodorante senza parabeni, allo shampoo senza acqua è sempre più diffusa. Nell’analisi di questo fenomeno Mautino dà il meglio di sé. Destreggiandosi tra dati scientifici e normative, elabora i cinque comandamenti della pubblicità corretta che ogni consumatore consapevole dovrebbe avere ben presenti. Li elenco lasciando poi a una lettura più attenta del libro la spiegazione della loro importanza, arricchita da riferimenti a casi particolari di prodotti spesso pubblicizzati in modo menzognero.

Primo, non nominare un farmaco invano. Ricordiamoci sempre che un cosmetico non è un farmaco. Troppo spesso vengono millantati risultati ed effetti inesistenti. Secondo, non avrai efficacia all’infuori di te. L’efficacia di un ingrediente non supporta di per sé quella del prodotto. Terzo, non dire falsa test-imonianza. Ricordiamo che i test sono facoltativi e non esiste un protocollo condiviso. Se uno shampoo non fa bruciare gli occhi a cinque persone diventerà “oftalmologicamente testato”. Quarto, non dichiarare ingredienti impuri. Stiano attenti gli allergici. Quinto, onora il parabene. Denigrare ingredienti autorizzati viola il criterio di correttezza e instilla dubbi sui prodotti che legittimamente li utilizzano. Mautino ci regala un veloce vademecum dei miti da sfatare. Potete usarlo come test tra amici sotto l’ombrellone (cosparsi comunque di crema perché i raggi Uv passano lo stesso). Il mio punteggio non è male, ma non vedo l’ora di spiegare alla mia parrucchiera che i capelli non respirano.

 

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Sugar tax all’italiana

O la si fa bene o non la si fa. La sugar tax inserita nella legge di bilancio 2020 così proprio non va, perché manca dei requisiti essenziali per renderla efficace in termini di sanità pubblica. Una tassa sulle bevande zuccherate ha un senso, infatti, solo se concepita per contrastare seriamente il fenomeno dell’obesità infantile, non per fare cassa. Per funzionare dovrebbe avere un’aliquota massima 4-5 volte più alta, colpire i prodotti in modo proporzionale al loro contenuto in zucchero. Va inoltre preparata con cura, lasciando il tempo all’industria di riformulare i propri prodotti e all’opinione pubblica di comprenderne i suoi veri scopi di salute. Parola di Franco Sassi, docente all’Imperial College di Londra e fra i promotori della analoga, ma meglio concepita, tassa britannica.

La tassa che il governo Conte bis si appresta a inserire nella manovra finanziaria riguarda non più snack merendine bensì le bevande zuccherate. Si configura come una tassa sulle bevande dolci (sugar tax) assolutamente legittima e potenzialmente utile. Dipende però come la si concepisce, perché in campo fiscale il diavolo sta nei dettagli.