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Screening del PSA in Lombardia: una scelta discutibile

Torta di compleanno con candeline e scritta Happy screening to you

L'opportunità di proporre uno screening per il tumore della prostata basato sul dosaggio del PSA è discussa, a causa di un incerto equilibrio tra vantaggi e rischi. La Regione Lombardia nonostante questo ha deciso di promuoverlo, offrendolo gratuitamente a tutti i maschi dai 50 ai 70 anni. L’iniziativa viene pubblicizzata sul sito della Regione all'insegna dell' "Happy screening to you", con tanto di torta e candeline. Slow Medicine ha inviato una lettera aperta all’Assessore alla sanità della Regione Lombardia in cui contesta questa linea, mostrando come contrasti con i dati della letteratura scientifica oggi disponibile. L'immagine è tratta dalla pagina sullo screening del sito di Regione Lombardia.

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Lo screening del tumore della prostata mediante dosaggio dell’antigene prostatico specifico (PSA) è da decenni oggetto di un ampio dibattito scientifico, a causa del delicato equilibrio tra benefici potenziali e rischi per la salute, individuale e collettiva.

Nell’ottobre scorso, la prestigiosa rivista New England Journal of Medicine ha pubblicato i dati aggiornati dello studio europeo ERSPC (European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer), avviato nel 1993 e tuttora in corso, con l’obiettivo di valutare se lo screening con PSA riduce la mortalità per cancro alla prostata e se il rapporto benefici/rischi ne giustifichi l’adozione come intervento di sanità pubblica. Lo studio ha coinvolto oltre 160.000 uomini, metà dei quali sono stati invitati a sottoporsi al test del PSA. Dopo 23 anni di follow-up, la mortalità specifica per cancro alla prostata è risultata pari all’1,4% nel gruppo sottoposto a screening e all’1,6% nel gruppo di controllo: una differenza assoluta di appena lo 0,2%.

In altri termini, la probabilità di non morire di cancro alla prostata per gli uomini che aderiscono allo screening passa dal 98,4% al 98,6%, mentre la mortalità per tutte le cause è rimasta identica nei due gruppi.

Sovradiagnosi, trattamenti inutili e impatto sulla qualità della vita

Lo screening ha d'altra parte comportato un aumento del 30% delle diagnosi di tumore, per cui molti uomini non solo non hanno vissuto più a lungo, ma hanno sperimentato inutilmente un peggioramento della qualità della vita, dal momento che l’esito positivo del test ha richiesto ulteriori accertamenti diagnostici, interventi chirurgici e trattamenti prolungati. Molti dei tumori individuati dallo screening, infatti, crescono lentamente e non avrebbero causato alcun problema nel corso della vita. D’altra parte, il test del PSA, per ora, non è in grado di distinguere le forme aggressive da quelle indolenti. Un risultato positivo conduce quindi a biopsie, risonanze magnetiche e a trattamenti invasivi, con un rischio non trascurabile di complicanze come incontinenza urinaria e disfunzione erettile, oltre al peso psicologico legato all’etichetta di “malato oncologico”.

I dati indicano che per prevenire un singolo decesso per cancro alla prostata è necessario sottoporre allo screening 456 uomini. In pratica questo significa che 455 uomini non ottengono alcun beneficio in termini di sopravvivenza, pur esponendosi ai rischi associati alla sovradiagnosi e ai conseguenti trattamenti. Questi risultati confermano, peraltro, evidenze già note: i benefici assoluti dello screening sono limitati, la mortalità totale non si riduce e i danni potenziali sono ben documentati (vedi anche Roberta Villa, Cattiva prevenzione. I pericoli del consumismo sanitario, Chiarelettere 2025 ).

Che cosa dicono le raccomandazioni internazionali

Per questi motivi la US Preventive Services Task Force, per esempio, sconsiglia la promozione indiscriminata dello screening negli uomini tra i 55 e i 69 anni e raccomanda invece un processo decisionale condiviso tra medico e paziente, fondato su un’informazione completa e trasparente sui benefici limitati e sui potenziali danni legati alla sovradiagnosi. Non a caso, praticamente nessun Paese al mondo ha adottato programmi di screening di popolazione basati sul PSA. La stessa European Association of Urology, in un recente contributo pubblicato sull’European Journal of Public Health, invita i decisori politici alla massima cautela e propone dieci raccomandazioni stringenti per eventuali programmi di screening, tra cui la garanzia di un’informazione corretta, l’equo accesso alle cure e il monitoraggio continuo dei risultati secondo criteri standardizzati, per consentire valutazioni comparative a livello internazionale.

Anche le linee guida europee, pur riconoscendo l’importanza di esplorare strategie innovative di diagnosi precoce, suggeriscono di procedere attraverso progetti pilota sperimentali, finalizzati a valutarne fattibilità, efficacia e capacità di contenere il fenomeno della sovradiagnosi. In questo quadro si colloca l’iniziativa europea PRAISE-U (Prostate Cancer Awareness and Initiative for Screening in the European Union), co-finanziata dall’Unione Europea, alla quale partecipa anche la Regione Lombardia, i cui risultati, attesi per la fine del 2026, potranno fornire indicazioni utili per orientare le politiche sanitarie nazionali.

Lo screening con PSA nelle politiche sanitarie

In un contesto segnato da rilevanti incertezze scientifiche, la Regione Lombardia, invece di limitarsi alle iniziative sperimentali previste dal progetto PRAISE-U, ha scelto di promuovere lo screening con PSA come intervento di sanità pubblica, rivolto a tutti gli uomini tra i 50 e i 70 anni. Una scelta attuata senza informare in modo chiaro e trasparente i cittadini che si tratta di una sperimentazione finalizzata a valutarne fattibilità, efficacia e rischi associati, privandoli così della possibilità di esprimere un consenso pienamente informato sull’opportunità di aderire ad un’iniziativa dalla quale potrebbero derivare effetti avversi per la propria salute.

Lombardia e Basilicata (in Basilicata l’età è addirittura abbassata a 45 anni) sono attualmente le uniche Regioni italiane ad aver intrapreso questa strada, arrivando a pubblicizzare l’iniziativa sul proprio sito istituzionale con messaggi celebrativi rivolti ai cinquantenni, enfatizzando i presunti vantaggi dello screening e omettendo ogni informazione sulla reale entità dei benefici, sui limiti del test e sui rischi associati.

Per accedere al test, infatti, è sufficiente compilare un questionario disponibile online nel proprio Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) oppure ci si può rivolgere ai punti di accesso territoriali. In questo modo si ottiene un voucher che consente di effettuare gratuitamente il test del PSA, senza la necessità di coinvolgere o informare il proprio medico di base.

Una scelta che di fatto, relega i medici di medicina generale al ruolo di semplici spettatori, incrinando il rapporto di fiducia e la presa in carico del paziente rispetto a un intervento la cui appropriatezza dipende in modo decisivo dalla qualità e dalla completezza delle informazioni ricevute.

Priorità del sistema sanitario e diritto all’informazione

Alla luce di queste considerazioni, l’iniziativa della Lombarda e della Basilicata di estendere a tutta la popolazione maschile di età compresa tra 45/50 e 70 anni lo screening del cancro della prostata appare scientificamente debole e potenzialmente dannosa e lesiva della fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Oltretutto essa comporta un significativo e ingiustificabile spreco di risorse pubbliche: costi economici diretti, impiego di personale sanitario e utilizzo di strumentazioni diagnostiche che potrebbero essere destinati ad ambiti di maggiore efficacia e urgenza.

In particolare, queste risorse potrebbero contribuire a ridurre le liste d’attesa, una delle principali criticità del sistema sanitario, che oggi limitano l’accesso equo e tempestivo a prestazioni essenziali, tra cui quelle urologiche e di diagnostica per immagini (tra cui la risonanza magnetica). Lo screening del tumore della prostata, almeno per il momento, non può dunque essere proposto come intervento di sanità pubblica generalizzato. In attesa dei risultati e tenuto conto di quanto evidenziato dalla recente indagine eseguita nell’area metropolitana di Milano, ci si potrebbe, invece, impegnare a fornire informazioni più chiare e complete a chi decide di sottoporsi spontaneamente al test.

È in questo contesto che Slow Medicine ETS ha deciso di intervenire con una lettera aperta all’Assessore alla Sanità della Regione Lombardia. Un appello che chiunque può sottoscrivere inviando nome, cognome, attività lavorativa, città a [email protected], per chiedere maggiore trasparenza, un’informazione completa dei cittadini, un uso responsabile dei soldi pubblici e una sanità pubblica i cui fondamenti siano coerenti con le conoscenze scientifiche e i principi dell’etica.

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