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Quattordici lupi, un libro per raccontare il rewilding di Yellowstone

Tempo di lettura: 6 mins

Pubblicato da Editoriale Scienza, Quattrodici lupi è un libro per ragazzi, il primo che recensiamo da alcuni anni: è la storia del ripopolamento del lupo al Parco Nazionale di Yellowstone, forse una delle più studiate nella letteratura scientifica per i profondi effetti che ha avuto sull’ambiente. Un volume che riesce a riportare la straordinaria complessità con cui gli elementi degli ecosistemi sanno intrecciarsi tra loro, e che può far riflettere anche noi italiani di fronte al naturale ritorno del lupo nei nostri boschi.

Crediti immagine: Thomas Bonometti/Unsplash

Da alcuni anni, ormai, non ci capita più di recensire su queste pagine libri per ragazzi e bambini. Ci piace però l’idea di ricominciare, sia perché alcuni di essi sono – crediamo – davvero una via per avvicinare la scienza ai più giovani sia perché… sono piaciuti anche a noi lettori adulti! È il caso di Quattordici lupi (Editoriale Scienza, 2021), di Catherine Barr, ecologa e giornalista che, prima di dedicarsi ai libri per ragazzi, ha lavorato prima con Greenpeace e poi al Natural History Museum di Londra. Le illustrazioni del volume sono invece di Jenni Desmond, già vincitrice, nel 2016, del premio del New York Times per il miglior libro illustrato per l’infanzia per il suo The polar bear.

Quattordici lupi ripercorre una storia che già molti altri libri e articoli hanno riportato, citato, preso ad esempio - anche se mai con la prospettiva di raccontarla ai ragazzi: si tratta dell’operazione di rewilding del Parco di Yellowstone, il primo parco nazionale del mondo (è stato infatti fondato nel marzo 1872). Qui, nel 1995, i quattordici lupi che danno titolo al libro sono stati trasportati dal Canada via elicottero, debitamente sedati, e, previo un periodo in vaste aree cintate per l’ambientamento, sono stati rilasciati liberi nel Parco. Erano i primi a rimettere piede su quei territori fin dalla fine degli anni Venti (anche se negli anni successivi ne sono stati introdotti altri): l’attività di caccia, infatti, aveva completamente eliminato la popolazione di Yellowstone.

Storie di mancanze e ritorni

Quando si parla di ecosistemi, si sa, si parla di molti elementi tutti direttamente o indirettamente connessi gli uni con gli altri, e dove l’alterazione dell’uno influenza gli altri a cascata. Quando l’“elemento lupo” è sparito dal Parco, uno dei primi e più evidenti effetti si è potuto osservare sugli erbivori, in particolare il wapiti (Cervus elaphus canadensis), una sottospecie di cervo reale del Nord America e dell’Asia nord-orientale. Sebbene sia la preda principale per molte delle specie che popolano il Parco, come gli orsi e, in parte, i coyote, nonché per i visitatori umani (il sito del Parco di Yellowston riporta che la caccia al wapiti è un’attività significativa per Wyoming, Montana e Idaho, i tre Stati in cui ricade il Parco), l’assenza del lupo ha avuto un impatto significativo sulla popolazione del wapiti. Nei circa settant’anni prima della reintroduzione del lupo, infatti, la popolazione di wapiti di Yellowstone era cresciuta abbastanza da danneggiare la vegetazione. Uno studio pubblicato pochi anni fa su Biological Conservation, nel quale gli autori propongono un’analisi della catena tri-trofica che comprende il lupo, il wapiti e alcune specie vegetali a 15 anni dalla reintroduzione del lupo, riporta che all’inizio degli anni Novanta la popolazione di cervo superava i 15.000 esemplari. Questo aveva avuto diverse conseguenze: la vegetazione, in particolare pioppi, salici e altre specie decidue, era declinata, e con essa gli uccelli che vi nidificavano e i castori, la cui attività di costruzione delle dighe aveva contribuito a proteggere gli argini dei fiumi; con la loro assenza, è iniziata l’erosione.

Il ritorno del lupo a opera umana ha profondamente rimodellato questo paesaggio ecologico, tanto da farne uno degli esempi di rewilding più citati e studiati in letteratura. Gli effetti si sono innanzitutto fatti sentire sul wapiti, la cui popolazione è diminuita a vantaggio delle specie vegetali e, con esse, degli animali che vi sono associati. Particolarmente interessante notare che l’effetto non è dipeso esclusivamente e in modo diretto dalla maggior predazione su questo cervo ma da come ne ha modificato il comportamento. Con il ritorno del loro predatore principale, infatti, i wapiti hanno anche iniziato a evitare le zone in cui erano più vulnerabili agli attacchi – almeno, come evidenzia un articolo del 2018, nei momenti della giornata in cui il lupo è più attivo.

In generale, questi fattori hanno fatto sì che la vegetazione potesse riprendersi; uno degli effetti più significativi è stato l’incremento delle popolazioni di castoro (aiutate anche, di nuovo, dalla reintroduzione di alcuni esemplari): le 49 colonie presenti nel Parco nel 1996 erano diventate 127 nel 2007. E sebbene questo non dipenda esclusivamente dal miglioramento della vegetazione, e in particolare dei salici che ne rappresentano un’importante risorsa alimentare, innegabile è stato l’effetto positivo di questa ripresa, che ha ripristinato habitat umidi di cui beneficiano anche anfibi, uccelli, insetti…

La complessità delle dinamiche ecosistemiche

L’azione di rewilding del lupo di Yellowstone è stata un’occasione di studio straordinaria per molti ricercatori. E, nel tempo, le ricerche hanno in parte ridimensionato il ruolo che questo predatore ha avuto nelle modifiche avvenute nel Parco. Per esempio, analizzando i dati raccolti nell’arco di dieci anni, uno studio pubblicato su Proceeding of the Royal Society B ha evidenziato come in effetti la sola predazione del lupo sugli erbivori non sia sufficiente a ripristinare l’ecosistema ripariale del parco; un ruolo preponderante lo avrebbe avuto, invece, l’azione del castoro stesso, che ha modificato le condizioni idrologiche, migliorando la produttività dei salici. Ancora, come riporta un articolo de Il Tascabile, un periodo di caccia particolarmente lungo e intenso e un periodo di siccità possono aver contribuito a ridurre la popolazione di cervi prima della reintroduzione del lupo.

Allo stesso tempo, altri lavori mettono in luce come il lupo abbia agito sulle dinamiche ecologiche del Parco in modo non immediatamente intuibile, per esempio contribuendo a rafforzare la resilienza dei wapiti alle condizioni climatiche: in anni di scarsità d’acqua (quando dunque è maggiore la scarsità di vegetazione di cui i cervi possono nutrirsi), i lupi predano di più i maschi, consentendo alle femmine di riprodursi. E la possibilità di mantenere stabile la popolazione di wapiti, che prima del ritorno del lupo era soggetta a forti variazioni legate soprattutto alle condizioni climatiche, li aiuta a fronteggiare meglio i periodi di siccità, che potrebbero aumentare a causa dei cambiamenti climatici. D'altronde, come scrive David Mech, tra i massimi esperti mondiali di lupo, a proposito delle controversie e del ruolo di questa specie, a volte descritto quasi come salvifico e a volte fortemente ridimensionato:  “the wolf is neither a saint nor a sinner except for those who want to make it so”.

Non tutte le conseguenze del ritorno del lupo, né i lavori che ne ridimensionano il ruolo nel modellare l’ecologia del Parco di Yellowstone, sono affrontate in Quattordici lupi. D’altronde, questo è un libro per ragazzi e, se c’è un aspetto che emerge con chiarezza da questi studi, è che le dinamiche ecologiche osservate sono straordinariamente complesse. Tuttavia, il libro ha proprio questo merito: riuscire a riportare anche ai più giovani, con chiarezza, la complessità degli ecosistemi, e il profondo intreccio che ne collega i diversi elementi, dal lupo alle piante passando per gli altri animali, fino ai più piccoli, che possono beneficiare delle carcasse delle prede. E, mentre le belle illustrazioni restituiscono al lettore lo splendore dell'ecosistema descritto, la narrazione, che riesce a prendere in considerazione anche alcuni piccoli aspetti della biologia del lupo (la caccia al crepuscolo, i rischi per i cuccioli), diventa particolarmente attuale per noi che abitiamo un territorio in cui il lupo è tornato in modo naturale, senza azioni di ripopolamento. Oggi, di fronte al vasto dibattito cui assistiamo per la ripresa del lupo in Italia, può davvero valer la pena leggere e far leggere anche Quattordici lupi, proprio per ricordarci che le conseguenze della sua presenza possono senz’altro essere di grande beneficio per l’ambiente ma, soprattutto, non sono scontate, né immediatamente intuibili.

 

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