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Premio immeritato per «Il genio non esiste» di Barbascura X

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Secondo Anna Rita Longo, il libro di Barbascura X Il genio non esiste (e a volte è idiota) non è altro che un'opera di mero intrattenimento, che contribuisce alla diffusione della disinformazione. L'assegnazione del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica, secondo Longo, sarebbe dunque immeritato.

Qualche tempo fa lessi la notizia della selezione dei libri finalisti per l’edizione 2020 del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica «Giancarlo Dosi», iniziativa che, per sua definizione, è «orientata a far conoscere e approfondire la cultura scientifica». Tra i libri selezionati c’erano opere che mi sono piaciute molto e qualcuna che definirei anche un piccolo capolavoro. In generale, si trattava di scelte che mi sembravano appropriate per gli scopi del premio, con l’eccezione di una: quella in seguito proclamata vincitrice assoluta. Si tratta del libro Il genio non esiste (e a volte è un idiota) di un autore noto con lo pseudonimo di Barbascura X, pubblicato per i tipi di Tlon. Argomento del libro è l’esame della biografia di alcuni noti personaggi della scienza dall’antichità all’età contemporanea, che dimostrerebbe l’assoluta inconsistenza della loro genialità e illustrerebbe le vere ragioni alla base delle loro scoperte. Credo che le motivazioni delle mie perplessità saranno chiare al termine di questa recensione.

Nel complesso, sebbene non originale – i precedenti sono moltissimi – l’idea della smitizzazione e umanizzazione del genio è condivisibile. Il fatto di presentare i protagonisti di rivoluzioni scientifiche e tecnologiche come menti superiori totalmente avulse dai loro tempi è antistorica e superata. Nel corso del tempo, la storia della scienza ha sempre più spesso cercato di illustrare la temperie culturale nella quale è sorta e si è sviluppata una determinata innovazione, illuminando intrecci complessi di relazioni e contributi. Può anche essere molto utile allontanarsi dalle costruzioni agiografiche che hanno creato nel tempo delle figure monodimensionali e sicuramente poco realistiche. L’idea di per sé potrebbe, quindi, reggere. Uno dei concetti di fondo che l’autore sottolinea più volte è proprio il fatto che i grandi geni, pur non essendo, appunto, altro che «idioti» siano riusciti a raggiungere i loro scopi con perseveranza e studio, pur inanellando sequele di stupidaggini. Sembrerebbe, quindi, un buon messaggio di fondo a favore dell’impegno e dello studio con il quale anche l’«idiota» di turno può diventare il genio ricordato dalla storia.

Non male anche la scelta di inframmezzare l’esposizione con un po’ di debunking di alcuni noti miti: frasi mai dette dall’autore al quale sono comunemente attribuite, imprecisioni, false credenze e simili. Si può non essere d’accordo con le scelte stilistiche dell’autore, con il continuo tentativo di strappare crasse risate con un uso disinvolto e gratuito del turpiloquio (lo spettatore di YouTube, piattaforma su cui Barbascura X è molto attivo, non viene deluso dal suo beniamino), ma non è questo che ci scandalizza né può apparire nuovo a chi ricorda alcune pagine di Aristofane, Marziale, Orazio, Catullo e tanti altri. Semmai dopo un po’ stanca la mancanza di inventiva, perché le parole (e le parolacce) tendono a ripetersi e le gag reiterate hanno l’effetto esplosivo di un petardo bagnato. Il problema nasce dal fatto che l’economia generale del discorso contraddice queste premesse, anzi le rovescia del tutto. Se l’intento è sottolineare l’importanza dello studio e dell’approfondimento, risulta difficile conciliare questi elementi con il fatto che da tutti i capitoli, al netto delle battute da ultimo banco alle medie, si ricava invece la morale che tutto ciò che di importante è stato fatto dagli esseri umani è frutto di un cumulo di fattori in cui la parte del leone è svolta dal caso, dalla stupidità e da azioni vergognose. Faccio una premessa: devo forzosamente scegliere tra i molti esempi che potrei portare a sostegno delle mie argomentazioni.

Per ciascuno tra quelli citati provo almeno per sommi capi a indicare la motivazione del mio disaccordo con l’autore (anche se per illustrare ogni caso sarebbe necessaria una lunga argomentazione) e elencarli tutti occuperebbe un libro e non una recensione, che non può per definizione essere esaustiva negli apprezzamenti come nelle critiche a un testo. Se è vero che l’autore, di tanto in tanto, fa del debunking, è difficile riconoscergli una certa credibilità quando, per esempio, proprio nell’incipit, incappa in una citazione tutt’altro che sicura (anzi, probabilmente sospetta, se non certamente apocrifa) attribuita a Marie Curie («Non ho paura della perfezione, non la raggiungerò mai»), ma anche, per esempio, a Salvador Dalí, senza una chiara fonte. La frase della Curie è peraltro, come mi segnala il mio lettore di ebook, tra le più sottolineate dai lettori, che probabilmente contribuiranno a citarla a loro volta, sempre nel suo essere dubbia e senza fonte. Ho fatto l’esempio di questa frase, ma non si tratta certo dell’unica citazione data per certa anche se fortemente dubbia e questo fa un po’ specie visto che l’autore si prende gioco di chi adopera citazioni apocrife di Einstein. Questi sono aspetti piuttosto fastidiosi che un editing serio avrebbe dovuto contribuire a eliminare, insieme a qualche errore di ortografia e sintassi.

Difficile riuscire a vedere nell’autore un paladino dell’approfondimento e del duro lavoro se, per esempio, in buona parte delle storie raccontate, notiamo moltissima approssimazione. Nel raccontare di Leucippo, per esempio, prende posizione sul fatto di considerarlo uno pseudonimo di Democrito, citando, a conforto della propria tesi, Tannery: «se la appoggia uno che si chiama come una marca di tovaglioli da cucina non puoi che fidarti», scrive. Al netto della freddura, sarebbe forse stato onesto dire al suo lettore che questa è una tesi che non convince la maggior parte degli studiosi attuali, nonostante l’autorità della marca di tovaglioli. Per quanto la figura di Leucippo, come quella di tanti pensatori antichi, sia avvolta da molte incertezze, possiamo dire a Barbascura X che probabilmente no, Leucippo non è Democrito, anche se la distinzione delle tesi e del pensiero dell’uno e dell’altro è un problema difficile. Uno di quei problemi che necessitano di quello studio e di quell’approfondimento nei quali il libro di Barbascura X vorrebbe invitare a impegnarsi. Può anche darsi che alcuni trovino molto divertente una battuta come questa: «Che bella la filosofia. Alla fine è così che è nata: come l’arte di dire cose a caso ma con convinzione, sperando che nessuno se ne accorga». A me ricorda le battute che circolano da decenni tra i ragazzi del liceo, ma il rischio di trovarle in un libro popolare è che vengano prese un po’ troppo sul serio. Più che le battute che adoperano turpiloquio scatologico (piuttosto ripetitive, come si sottolineava), sono considerazioni di questo tipo che mi preoccupano, per il sottotesto che nascondono, e stupiscono particolarmente in un libro pubblicato da un editore che ha tra i suoi obiettivi la divulgazione filosofica e la promozione della sua importanza. Anche questo passaggio, peraltro, risulta tra i più sottolineati dai lettori.

Vediamo, poi, il modo in cui viene liquidato Epicuro:

«anche lui gran paraculo di mestiere, che aveva sparato diverse supercazzole pseudoscientifiche nel tentativo di far tornare i conti [...] La cosa che mi affascina è che, nonostante sappiamo che tutto ciò che sia stato affermato da Epicuro sia tragicamente sbagliato, questi gancetti sono una versione semplificata molto ingegnosa dei legami chimici che Democrito non era stato in grado di immaginare. Anche se, a ben guardare, era nato semplicemente come un modo estremamente paraculo di far tornare i conti e mettere una pezza».

Sempre prescindendo dallo stile, io vedo il rischio che passi l’idea che Epicuro non ha detto niente di particolare e che il suo unico contributo sia stato mettere gli uncini agli atomi. Il suo giovane lettore avrà l’idea di trovarsi di fronte a uno dei pensatori più influenti della storia? Personalmente ne dubito.

O, per esempio, a proposito di Empedocle, a un certo punto dice: «Non fa nulla se non ci stai capendo un cazzo, tanto son tutte stronzate». Vuol essere una battuta, lo so, ma il sottotesto a me non piace perché è un invito a liquidare, banalizzare ciò che non si conosce e non si capisce e ad appiattire la prospettiva storica. Subito dopo l’autore rincara la dose mettendo in ridicolo e fraintendendo il senso della teoria delle forze attrattive e repulsive che uniscono e separano le particelle, presentandola come una specie di applicazione alla fisica antica dei principi di un reality show come Primo appuntamento o, perché no, a questo punto, della logica di un’app di incontri. Come questo possa costituire un invito a capire e a sforzarsi per approfondire non è dato sapere.

O prendiamo l’esempio di una citazione «colta» che l’autore fa a sostegno della propria tesi:

«D’altronde Democrito non casca in piedi manco con Dante, che nell’Inferno (Canto iv) lo definisce: ‘Democrito, che ’l mondo a caso pone’. Che caso. Insomma, Democrito che dice cose a caso e non spiega niente di questo caso, ma casualmente tutti hanno finito per credergli. Nemmeno lui sa il perché. Però oh, tanto di cappello».

Piuttosto io direi tanto di cappello a Barbascura X che riesce, in un sol colpo, a fraintendere Dante e Democrito. Dante era un intellettuale cristiano del Medioevo e qui, nella sua prospettiva di autore cristiano, non può non condannare il ruolo riconosciuto da Democrito al caso nelle dinamiche naturali, perché, naturalmente, Dante riconosce nel mondo l’esistenza di un principio creatore e regolatore, identificato con il Dio cristiano. «A caso pone» non significa quindi, come vuole la «sapida» battuta di Barbascura X, «dire cose a caso (senza spiegare niente del caso)», perché quel «pone» ha un significato tecnico filosofico. Era una battuta, capisco, ma con un messaggio sottinteso che può arrivare al lettore e tradursi in disinformazione. Qui mi sarei, piuttosto, aspettata un elogio di Democrito – anche scritto con un linguaggio colorito, se proprio l’autore ci tiene tanto – che anticipa il ruolo del caso all’interno delle dinamiche naturali (si veda, per esempio, il ruolo delle mutazioni casuali nell’evoluzione delle specie) che Dante non poteva cogliere, ma un uomo di scienza del XXI secolo come Barbascura X sì. Molto più opportuno, a suo dire, trasmettere una nozione scorretta di analisi del testo e una banalizzazione storico-scientifica, perché evidentemente questo è ciò che pensa sia giusto fare quando ci si occupa di divulgazione.

Nel parlare di Darwin, l’autore dice:

«Ma attenzione: Darwin giunse a queste conclusioni molti anni dopo il suo ritorno. Tuttavia questo ci dimostra un punto importante, ovvero che Darwin non ha detto nulla di nuovo. Ha solo unito i punti che il sacro culo gli aveva già allineato sul suo cammino, pronti e succosi affinché qualcuno li notasse».

Sempre e solo una battuta per l’autore, ma, a parte l’errore palese sul fatto che Darwin concepì la sua teoria solo molti anni dopo il suo ritorno (basta guardare i taccuini per averne la prova, e lo stesso Barbascura X vi ha accennato, salvo poi contraddirsi), io vorrei sottolineare anche in questo caso il pericoloso sottotesto. Io non so che idea abbia l’autore di attività come «unire i punti» nel campo della scienza, che è per definizione, nell’accezione moderna, un’opera corale e se si renda conto del fatto che chiunque abbia proposto una teoria che fornisce un’interpretazione dei dati che abbiamo in nostro possesso ha, di fatto, unito i punti. Ma poi mi chiedo quale sia il messaggio che vuole che giunga al suo lettore, spesso giovane. Un innovatore scientifico è per lui più simile a un veggente che riceve una rivelazione totale da parte di una divinità della scienza? L’autore si imbarca anche in una descrizione approssimativa dei rapporti tra la teoria di Wallace e quella di Darwin, che lascia nel lettore il forte dubbio che Darwin sia stato disonesto e che abbia tentato di strappare a Wallace la sua scoperta. È andata così? No, ma la questione è complessa e certo liquidarla in questo modo è estremamente pericoloso, anche perché la faccenda della presunta primogenitura di Wallace è uno degli argomenti di cui gli antievoluzionisti di oggi si servono ideologicamente per colpire Darwin e la teoria dell’evoluzione. Per approfondire la questione, però, bisogna leggere e informarsi. Personalmente suggerirei di partire dal bel libro di Federico Focher L’uomo che gettò nel panico Darwin. La vita e le scoperte di Alfred Russel Wallace, edito da Bollati Boringhieri.

Anche un altro passo mette in evidenza un risultato contrario a quelli che erano gli scopi (se li ho compresi bene, condivisibilissimi) dell’autore. Ci sono alcuni brani in cui l’autore sottolinea l’importanza della parità di genere nella scienza e nella vita che chiaramente sono apprezzabili. Il problema è che non sempre gli esempi adoperati sono funzionali a sostenere questa tesi, anzi talvolta sono gravi e controproducenti semplificazioni. Prendiamo, per esempio, questo passo:

«La società inglese del periodo vittoriano di Darwin, ad esempio, aveva un’idea assolutamente arretrata delle donne. Non per nulla avrete notato che nessuno degli scambi di idee di Darwin su materie scientifiche fu mai con una donna».

Esaminiamo queste affermazioni. È vero che la società inglese vittoriana aveva un’idea assolutamente arretrata delle donne? Io, per esempio, per rispondere a questa affermazione avrei bisogno di un paio di ore di conferenza almeno. Mi sembra un discorso simile a quello di chi dice che il Medioevo è stato un «periodo buio» e liquida così la faccenda, appiattendo la prospettiva storica e senza spiegare «buio» in che senso e perché. Ma soprattutto un’affermazione di questo tipo lascia perplessi proprio a proposito di Darwin. Chiaramente Darwin – non ci si può stupire di questo – era uomo del suo tempo, ma, per esempio, l’autore sembra ignorare totalmente la stima e la fiducia che lo scienziato riponeva nella moglie, Emma Wedgwood Darwin, che considerò interlocutrice e collaboratrice privilegiata anche relativamente alla sua teoria dell’origine delle specie. Con questo non desidero commettere l’errore di Barbascura X di astrarre la figura di Emma Darwin dal suo contesto culturale e sociale, ma solo ribadire che la storia sociale e della scienza è una faccenda complessa e sfaccettata e liquidare così la storia della donna nell’epoca vittoriana non è certo un invito all’approfondimento e allo studio che – ricordiamo – vorrebbe essere lo scopo del libro. Per approfondire il discorso del ruolo di Emma Wedgwood Darwin anche (ma non solo) in rapporto alla teoria dell’evoluzione, suggerisco la lettura del bellissimo libro Emma Wedgwood Darwin. Ritratto di una vita, evoluzione di un’epoca, scritto da Chiara Ceci per Sironi Editore.

A volte il messaggio che passa, sottinteso ma chiaro, dà davvero i brividi. Se altrove l’autore rimarca, apprezzabilmente, l’importanza della lotta verso discriminazioni, pregiudizi, odio, il tono di alcuni passi sembra profondamente in contrasto con questo intento. Prendiamo come esempio la figura di Newton. Tralasciando le facili battute sui suoi studi di alchimia e teologia, segno di totale assenza di prospettiva storica e di ignoranza sul dibattito relativo al problema della demarcazione tra scienza e pseudoscienza, buona parte delle trovate che vorrebbero essere umoristiche sullo scienziato riguardano il fatto che probabilmente non abbia avuto relazioni sessuali, che fosse «vergine». Immaginate l’impatto di quelle che Barbascura X considera battute divertenti su un lettore che non sia sessualmente attivo per i motivi più vari, volontariamente oppure no, oppure, per esempio, su una persona asessuale. Naturalmente non faccio riferimento a chi aderisce a movimenti che contribuiscono a diffondere odio e misoginia, come i cosiddetti incel. Al di là del fatto che non possiamo avere una sicura conoscenza di ciò che abbia determinato la vita privata di Newton, mi chiedo se non ci si renda conto del messaggio che manda il fatto di fare della verginità di una persona un oggetto di facili battute.

Eppure, mi sembra che Tlon sia un editore che fa della lotta alle discriminazioni e del rispetto per tutte le persone uno dei suoi cavalli di battaglia. Immagino già che la principale delle argomentazioni a sostegno del lavoro dell’autore – così come è avvenuto per i suoi video – sia «è solo ironia». Ma è l’autore stesso che ci mette in guardia dal pericolo di essere fraintesi, perché dedica una sezione a spiegare che il pericolo di fraintendimento è sempre dietro l’angolo, citando l’esempio di una frase attribuita a Virginia Woolf (anche questa piuttosto sospetta se non certamente apocrifa, anche se Barbascura X non lo mette in rilievo) e di una canzone di Caparezza di cui si tende a stravolgere il significato. Peccato, però, che non traduca nei fatti questo suo avviso. In totale sincerità, quando mi sono accostata al libro di Barbascura X, non posso dire di averlo fatto con grandi aspettative, perché già conoscevo il personaggio attraverso la sua attività, che definisce «a cavallo tra divulgazione scientifica e stand-up comedy», che si svolge tra piattaforme di condivisione video, social network e performance teatrali.

Se dovessi dare una definizione dell’attività di Barbascura X, io parlerei, piuttosto, di pezzi di genere comico che usano un linguaggio spiccatamente gergale e abbondanza di scurrilità, all’interno di una cornice che usa come spunto argomenti scientifici (per esempio zoologia e scienze naturali). Per quel che ho visto, non mi sembra che l’intento principale di Barbascura X sia fare divulgazione o comunicazione della scienza e, a tratti, più che guardare alla grande tradizione della stand-up comedy, sembra ricalcare lo stile dei cinepanettoni o, in generale, di quei prodotti che basano la ricerca del sorriso su una limitata serie di gag accompagnata da sovrabbondanza di turpiloquio. In ogni caso, ho cercato comunque di accostami alla lettura con serenità e con il massimo dell’obiettività di cui sono capace ed è per questo che sono partita, ove ne riscontravo, dagli aspetti positivi dell’opera.

Vorrei concludere con un paio domande, che rivolgerei, oltre che all’autore, all’editore e all’organizzazione del premio di divulgazione scientifica che è stato conferito al libro in questione:

  • L’uso sistematico della banalizzazione e dell’argumentum ad hominem, uniti alla mancanza di prospettiva storica, sono un invito ad avvicinarsi alla scienza e a riscoprire il valore dello studio e dell’approfondimento?
  • Si ritiene che la scelta della comicità scurrile costituisca di per sé un’innovazione, anche se è un cliché datato e abusato? E questa presunta innovazione merita di essere considerata un’operazione culturale che promuove la cultura scientifica?

Siccome per me le cose non stanno in questi termini, suggerirei di considerare il libro di Barbascura X un prodotto di mero intrattenimento, che magari potrà attirare chi ama una comicità di questo tipo, ma che non credo rappresenti un contributo che promuove in alcun modo la conoscenza scientifica.

 

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