fbpx L'Europa e una stazione spaziale in cerca di uno scopo | Scienza in rete

L'Europa e una stazione spaziale in cerca di uno scopo

Primary tabs

Tempo di lettura: 5 mins

L’Agenzia spaziale europea (ESA) ha dato il nome di Edoardo Amaldi al suo nuovo Automatic Transfer Vehicle, il terzo di una serie di vettori cargo capaci di raggiungere e rifornire la Stazione spaziale internazionale (ISS). Amaldi (1908-1989) era un fisico italiano, allievo e amico di Enrico Fermi, co-fondatore sia del CERN sia della stessa ESA e, dunque, grande europeo.

Cosa avrebbe fatto Edoardo Amaldi della presenza europea sulla Stazione spaziale internazionale? L’amministrazione Bush era praticamente pronta ad abbandonare l’ISS a favore di una “mission impossible”: tornare sulla Luna, con un budget inadeguato della NASA.

Dopo il suo discorso in Florida, lo scorso 15 aprile, sappiamo che il presidente Obama ha idee maggiori e migliori. Non solo andare oltre la Luna, ma anche ridare nuova vita all’ISS e alla presenza internazionale su di essa.

Ma qual è il futuro della stazione? Gloriosa quanto gli obiettivi tecnici e politici le consentono, i cinici la considerano ancora una soluzione (grande, bella ma costosa) in cerca del problema.

Progettata negli anni ’80, si è iniziato a realizzarla effettivamente solo nel 1998 e ora è, auspicabilmente, prossima a essere completata. La stazione è stata un grande investimento per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Con un valore valutato intorno ai 100 miliardi di dollari, è il più grande progetto di ricerca mai realizzato dall’umanità. Il Progetto Apollo che ha portato l’uomo sulla Luna (1962-1972) ha avuto un costo simile, ma era un programma solo e unicamente americano.  

Possiamo ora prendere sperare in un periodo di cooperazione internazionale, con la gran parte del mondo (non-Cinese) attivo nello spazio che fa sull’ISS la scienza che si è messo in conto di fare? C’è un problema: nessuno ha ancora preso davvero in considerazione che fare con un’ISS che prolunga la sua vita nello spazio. Nessuno conosce quale sia il miglior problema per quella grande soluzione che abbiamo nel cielo.

Comunque si apre un’opportunità: finalmente, gli astronauti europei avranno accesso allo spazio.

Abbiamo bisogno di qualche nome per trovare l’ispirazione. I primi due Automatic Transfer Vehicles sono stati chiamati, rispettivamente, Jules Verne e Johannes Kepler.

Jules Verne (1828-1905) ha scritto della struttura stessa di cui sono fatti i sogni: andare sulla Luna su una palla da cannone sparata dalla Florida; andare al centro della Terra attraverso i vulcani d’Islanda e della Sicilia. Verne, tra l’altro, mi ha ispirato il sogno di diventare uno scienziato.

Johannes Kepler (1571-1630) è stato l’uomo che ci ha regalato le leggi del moto dei pianeti mediante le osservazioni a occhio nudo di Marte. La sua vita fu divisa equamente tra la sua sublime astronomia, costruita col suo regolo, l’Imperatore del Sacro Romano Impero Rodolfo II, e la necessità di salvare continuamente sua madre dalla caccia alle streghe. Una figura straordinaria, quella di Kepler, ma distante da noi nel tempo e nella cultura.

Amaldi è più facile da collegare all’attualità. È stato uno scienziato europeo moderno, studente di fisica alla difficile scuola di Enrico Fermi (1901-1954). Fermi, il “papa della fisica” è stato colui che ha realizzato la prima reazione nucleare a catena controllata, prendeva in grio Amaldi per le sue guance rosate e lo chiamava “Adone”, il bellissimo dio-bambino della mitologia greca.

Amaldi venerava Fermi, naturalmente – eccezion fatta per quando si parlava di politica e Fermi mostrava un certo distacco per la società. Fermi gli offrì una posto di lavoro negli Stati Uniti, ma Amaldi scelse di restare in Italia durante la Seconda guerra mondiale, dopodichè si trovò coinvolto nella ricostruzione della scienza italiana e nella nascita della scienza europea.

Se l’Europa oggi è leader nella fisica delle particelle, lo si deve a gente come Amaldi, la cui visione fu decisiva nella creazione del CERN (L’Organizzazione europea per la ricerca nucleare) avviata nel 1952.

Negli anni ’60, Amaldi la medesima filosofia europea allo spazio. Fu, infatti, uno dei padri fondatori dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e direttore dei programmi scientifici dell’ESA negli anni ’80. Molte delle storie di successo dell’ESA affondano le loro radici nella visione del ruolo dell’Europa dello spazio. È stato giusto, dunque, dedicargli uno dei tra ATV.

Saprebbe cosa fare, oggi, Amaldi con il nostro comune elefante bianco nel cielo – o, almeno, con la sua parte europea? Avendo seguito, sia pure in piccola parte, le impronte di Amaldi nell’ESA, mi avventuro a proporre due suggestioni che egli avrebbe potuto avere.

Primo, cogliere il massimo di opportunità che offre la Stazione Spaziale Internazionale: semplicemente sfruttare con idee l’enorme potenziale della nostra Comunità europea. Il cielo è letteralmente il limite, avrebbe detto Amaldi. Noi abbiamo già avviato, per esempio, una ricerca sull’antimateria con un magnete superraffreddato, un sogno per fisici e ingegneri. Ancora, c’è la possibilità di utilizzare l’ISS per le bioscienze, dalla capsule di microbi esposte allo spazio all’osteoporosi umana.

Secondo, Amaldi avrebbe incoraggiato gli europei a cogliere l’opportunità davvero unica di sviluppare, finalmente, un proprio accesso indipendente allo spazio per missioni umane. Dopo il ritiro dello Shuttle e il progetto appena avviato dalla NASA di un nuovo lanciatore, resta solo la “vecchia fedele” Soyuz russa per il trasporto umano su ISS. Ancora eccellente, ma ormai troppo piccola.

L’ESA possiede, invece, uno splendido lanciatore, Ariane 5, che presto avrà successori ancora migliori. Insieme alla sua base di lancio a Kourou, nella Guyana francese, la serie Ariane potrebbe essere riprogettare avendo in mente missioni umane. Sarebbe possibile aggiornare anche Automatic Transfer Vehicles per il trasporto passeggeri. Tutto ciò può essere fatto e dovrebbe essere fatto. Perché? Perché senza astronauti in orbita, l’interesse del pubblico europeo per lo spazio è destinato a svanire, come è successo negli Stati Uniti nell’era del dopo-programma Apollo quando, tra il 1975 e il 1981, nessun americano è volato nello spazio.

Inoltre, l’aspettativa di vita della ISS è proprio quella giusta per consentire agli Europei di allenarsi per diventare partner più grandi e migliori delle altre potenze spaziali. E le potenze spaziali reali, avrebbe previsto Amaldi, amerebbero avere altri partner quando finalmente arriverà il tempo di andare oltre la Luna.


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

(Ri)guardare ER nel 2026

screenshot dalla sigla di ER Medici in prima linea

Rimesso a disposizione su Netflix, "ER – Medici in prima linea" resta un caposaldo dei medical drama. Rivederla a oltre trent’anni dal debutto non significa solo ritrovare casi clinici e personaggi, ma misurare quanto siano cambiati la medicina e il lavoro sanitario non meno delle rappresentazioni sociali della malattia. E forse anche accorgersi che, più delle pratiche e della realtà, a evolversi rapidamente sono stati i modi di raccontarle.

Nell'immagine di copertina: screenshot dalla sigla di ER - Medici in prima linea

Netflix ha messo a disposizione sulla sua piattaforma la serie ER – Medici in prima linea. Per chi l’aveva appassionatamente seguita ai tempi, odi et amo: da una parte ci toccano 15 anni di puntate da rivedere, dall’altra è l’occasione di immergersi in una serie nota, amata e che ha letteralmente fatto la storia di enorme successo dei medical drama. E, in questo modo, anche di farsi due conti su come è cambiata non solo la medicina sensu strictu, ma anche i suoi rapporti con la società e il modo di raccontarla.