Due punti di vista sulla storia della tavola periodica degli elementi

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Il 5 dicembre 2019, con una solenne cerimonia che si svolgerà presso il Prince Hotel di Tokyo, si chiuderà formalmente l’Anno Internazionale della Tavola Periodica degli Elementi Chimici. Fra gli addetti ai lavori è netta l’impressione che la decisione delle Nazioni Unite di ricordare il 150° anniversario della tavola, sottolineando nel contempo il ruolo centrale della chimica nel progresso scientifico-tecnologico, abbia incontrato il favore che meritava.

Manifestazioni di vario tipo, libri, giornali quotidiani, rotocalchi e siti web, hanno fatto riemergere dai ricordi scolastici e restituito popolarità a quella mirabile sintesi di tutto ciò che sappiamo sulla composizione chimica del mondo, nota come tavola o sistema periodico. Vari gadget sono comparsi sul mercato, elettronico e non: magliette, sneakers, tazze, matite, astucci e persino tende da doccia che consentono di ripassare velocemente l’esame di chimica odorosi di bagno-schiuma. Il clamore mediatico, non sempre giustificato dalla qualità contenuti, ha contribuito anche a ravvivare l’interesse per la storia della scienza.

La divulgazione ha avuto, anche in Italia, il suo momento d’oro e due volumetti, usciti proprio quest’anno, meritano una segnalazione. Quello di Gianni Fochi, chimico e giornalista, ha il titolo “L’avventura periodica” (Bietti, 2019). È un libro di piacevole lettura, che condensa in poche pagine quasi tre secoli di storia della chimica, accompagnata da aneddoti, curiosità di vario genere, note personali e, come l’autore stesso le definisce, alcune “divagazioni” di cui sente il bisogno di scusarsi.

Fochi tenta di spiegare le ragioni dell’insuccesso di coloro che furono, per così dire “battuti” da Mendeleev e, come in altri punti del libro, lo fa con uno stile un po’ personale che rischia di mettere sullo stesso piano questioni di diversa importanza. Si capisce che la sua preoccupazione è quella manifestata nel secondo capitolo del libro dove manifesta l’intenzione di tenersi alla larga da concetti che a suo dire “rischierebbero di dare a queste pagine un sapore forse troppo scolastico”, rimandando gli approfondimenti al momento di spiegare la costruzione della Tavola. È un metodo encomiabile e difficile che non sempre evita inopportune semplificazioni e scivolate dei lettori.

A proposito delle interpretazioni personali, quando Fochi tratta dei cosiddetti spazi vuoti nella Tavola in costruzione, a chi scrive pare riduttivo affermare, a proposito di Mendeleev, “che aveva un carattere stravagante…si lanciava in ipotesi fantasiose ed azzardate” mentre Meyer “procedeva in modo più serio e regolato”. Il libro procede su questa linea e anche nei successivi sei capitoli offrirebbe parecchio materiale su cui discutere, specialmente laddove la vicenda storica fa da spunto per criticare l’attualità.

Più cauto, da questo punto di vista, il libro di Ciardi “Il segreto degli elementi” (Hoepli, 2019). È una buona partenza ritrovare nella sua introduzione la presa d’atto che “l’invenzione del sistema periodico ha una complessa storia alle spalle, fatta non solo di avanzamenti scientifici, ma da inquadrare in un ampio contesto politico e culturale”. L’autore si sforza di farlo e ci riesce, premettendo una robusta dose di informazioni che partendo dalla visione della materia fondata sulla teoria dei quattro elementi di Aristotele, giunge fino alla svolta di Cannizzaro, occupando ben sei capitoli del volume.

Questa parte risente degli studi storici di Ciardi il quale, a partire dalla sua tesi di dottorato svolta con la supervisione di Paolo Rossi, ha dedicato molto tempo e impegno alla figura di Avogadro, alla sua celebre ipotesi e alle reazioni che suscitò. Forse nell’insieme degli argomenti tanti dettagli si potevano omettere ma si sa che ciascuno è affezionato ai suoi studi. Insieme ad Avogadro vediamo sfilare in questa galleria i principali scienziati che dalla seconda metà del Settecento in poi hanno sviluppato la chimica moderna. Dopo Cannizzaro, ecco entrare in scena Mendeleev. Il libro si intrattiene a lungo sui suoi rapporti con Borodin, incontrato a Heidelberg e destinato a diventare più famoso come musicista e compositore che come chimico. Alla loro amicizia è dedicato anche il capitolo 8, dal titolo “Russia e Italia”, dove si parla dei legami di Borodin e Mendeleev con il nostro Paese e delle loro visite. Le motivazioni, essenzialmente di tipo didattico, che spinsero Mendeleev ad occuparsi della classificazione degli elementi e la cosiddetta “invenzione” del sistema periodico sono evidenziate con chiarezza nei due capitoli successivi, mentre le ragioni che determinarono il “trionfo” del sistema si ritrovano nell’ultimo. Non poteva mancare, conoscendo Ciardi, un’analisi filosofica, seppur concisa, del pensiero di Mendeleev.

In sostanza sono due libri che si completano a vicenda e che riflettono le caratteristiche di due autori di diversa estrazione e sensibilità, egualmente meritevoli di apprezzamento.

 

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L'annientamento della popolazione ebraica sul posto, al di fuori dei campi di sterminio, che i nazisti perpetrarono nella loro avanzata verso est dal mar Baltico al mar Nero, copre numericamente quasi la metà della Shoah. Babij Jar è un burrone non lontano da Kiev che, quando i tedeschi occuparono la città ucraina nel settembre del 1941, divenne la tomba della popolazione ebraica residente. E di intellettuali, partigiani ucraini, soldati prigionieri, addirittura calciatori della Dinamo che non si erano voluti far battere dalla squadra delle Forze Armate tedesche, ladri comuni, decine di migliaia di rom. A questo luogo, o meglio a ciò che rappresenta, Evgenij A. Evtušenko dedicò un poema, i cui versi sono stati immortalati dalla loro inclusione nella sinfonia n° 13 di Dmitrij D. Šostakovič. Poiché la sua intenzione era di rendere omaggio alle vittime innocenti non solo del nazismo, ma anche dello stalinismo, Šostakovič chiese poi a Evtušenko altri testi da introdurre nella sinfonia, che furono poi modificati su pressione di Nikita Chruščëv: “Vorrei scrivere una sinfonia per ciascuna delle vittime, ma è impossibile ed è per questo che dedico a tutte loro la mia musica”.
L'articolo di Simonetta Pagliani in occasione del Giorno della Memoria.
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La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo.