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Il costo delle specie invasive: così alto, eppure ancora sottostimato

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Una ricerca pubblicata su Nature stima i costi delle specie invasive tenendo in considerazione sia i danni (diretti e indiretti) che causano sia i costi di gestione. I risultati mostrano che, dal 1970 al 2017, a livello globale i costi sono stati al minimo di 1.288 triliardi di dollari e sono aumentati nel tempo, con una media annuale che triplica ogni dieci anni; ad aumentare sono soprattutto i costi legati ai danni causati dalle specie invasive. Cifre che non accennano a diminuire e che evidenziano l’importanza di implementare le strategie di gestione e gli accordi internazionali.

Crediti immagine: Jason McCall/Unsplash

Quanto costano le specie invasive? Parecchio, e i costi continuano ad aumentare. È questa la conclusione di uno studio recentemente pubblicato su Nature e guidato dai ricercatori dell’unità di Écologie, Systématique et Évolution del CNRS. Il lavoro si è basato sul database InvaCost, che ha permesso di stimare quanto le specie invasive costino a livello globale, sia in termini di danni (per esempio alle coltivazioni) sia in termini di spese di gestione, un dato difficile da calcolare e che finora sembra essere stato ampiamente sottostimato.

Dalle piante agli animali, i danni delle specie invasive

In generale, le specie aliene invasive comprendono piante e animali che sono stati introdotti (volontariamente o accidentalmente) in un ambiente diverso da quello nativo e sono riuscite a stabilirvisi con successo. La globalizzazione ne ha facilitato la diffusione e la crisi climatica ne favorisce in alcuni casi il successo: come documenta un report redatto alcuni anni fa dagli esperti del Centre for Agricolture and Bioscience International (CABI), infatti, può facilitare l’ingresso di alcune specie in nuove regioni, portando piante e animali a latitudini e altidutidi più elevate, modificare gli ecosistemi portando al successo di specie con tendenze invasive, e stressarli diminuendone la resilienza e offrendo alle specie invasive nuove opportunità di prosperare.

I danni causati dalle specie aliene invasive toccano diversi ambiti, dalla conservazione della biodiversità alla sanità umana, dai servizi ecosistemici all’economia. In alcuni casi, gli effetti negativi sono diretti: il caso più noto è quello della zanzara tigre, che rappresenta il vettore per virus quali dengue, chikungunya e febbre gialla. Un altro esempio è quello della nutria, che può causare danni diretti alle coltivazioni e rischi idraulici, perché scava lunghe tane che danneggiano le arginature; secondo una stima del 2007, i danni causati dalla nutria all’agricoltura in Italia tra il 1995 e il 2000 sono contati poco meno di un milione di euro, e quelli per il ripristino dei sistemi idraulici quasi 11 milioni.

In altri casi, i danni causati dalle specie invasive sono indiretti. Per esempio, il giacinto d’acqua, arrivato dal bacino dell’Amazzonia come pianta ornamentale, forma fitti tappeti galleggianti che impediscono a luce e ossigeno di raggiungere gli strati sottostanti: in questo modo non solo altera il ciclo dei nutrienti e influenza la composizione di specie, ma impedisce anche il flusso d’acqua, causando problemi alla navigazione e favorendo il ristagno, che a sua volta favorisce la proliferazione di invertebrati come zanzare e molluschi vettori di patogeni.

Tutto ciò ha ricadute economiche più o meno semplici da quantificare, cui vanno a sommarsi gli sforzi economici richiesti per la gestione delle specie invasive e i programmi di eradicazione e contenimento.

Tuttavia, sono pochi gli studi che cercano di stimare a quanto, a livello globale, le specie aliene invasive ci stiano costando, e la maggior parte è ristretta solo ad alcune specie (o gruppi di specie), settori di attività o aree geografiche. Il lavoro pubblicato su Nature offre invece una visione più ampia e completa grazie all’analisi dell’InvaCost database, i cui dati coprono la maggior parte dei gruppi tassonomici, settori di attività e regioni, permettendo di ottenere delle stime robuste e analizzarne le tendenze e la distribuzione. Gli autori hanno analizzato oltre 1 300 stime tenendo in considerazione sia i costi legati ai danni causati dalle specie invasive sia quelli impiegati nelle attività di gestione.

Il prezzo delle invasioni biologiche

I risultati del lavoro stimano che tra il 1970 e il 2017 i costi per le specie invasive siano ammontati almeno a 1 288 trilioni di dollari. Questa cifra però non è distribuita uniformemente nel corso del tempo. Il costo medio annuale, infatti, è più che triplicato ogni decade. Le stime indicano che tra il 1990 e il 2000 si è passati da un costo annuale medio compreso tra 1 e 3 miliardi di dollari a uno compreso tra 5,6 e 32,6 miliardi nel 2000. Nel 2010 la media è salita ulteriormente, raggiungendo un valore compreso tra i 18,3 e 38,1 miliardi, toccando infine nel 2017 una quota tra i 46,8 e i 162,7 miliardi di dollari. Insomma, un trend in crescita che non accenna a diminuire.

La maggior parte delle spese va messa in conto ai danni causati dalle specie invasive, 13 volte più alte rispetto a quelle di gestione, e ciò nonostante le stime dei danni siano complessivamente inferiori. Non solo: gli oneri derivanti dai dai danni aumentano molto più rapidamente rispetto agli investimenti nella gestione delle specie invasive (per i primi si stima un aumento di sei volte ogni dieci anni, per le seconde un aumento di meno di due volte ogni decade). Per quanto riguarda invece i gruppi tassonomici, i più costosi risultano gli invertebrati (in particolare le zanzare), seguiti dai vertebrati e quindi dalle piante – sebbene, scrivono gli autori, questo risultato dipenda probabilmente dalla carenza di dati per quest’ultimo gruppo, e non rappresenti quindi realmente il modello di distribuzione dei costi.

Se queste stime presentano costi decisamente notevoli per le specie invasive, però, è da notare che si tratta probabilmente ancora di cifre sottostimate. Lo studio ha infatti adottato un approccio conservativo, basandosi solo sulle stime osservate. Poi, commentano gli autori, la variabilità interannuale osservata è dovuta probabilmente all’insufficienza di dati disponibili per alcuni degli anni compresi nel periodo di analisi; in secondo luogo, il complesso dei costi disponibili è limitato da diversi elementi. Per esempio, i patogeni emergenti sono sottorappresentati nel database e potrebbero aumentare grandemente i costi stimati. Ancora, i dati disponibili non sono equamente distribuiti a livello geografico e tassonomico. Senza contare che, come commenta sul Guardian Corey Bradshaw, professore della Flinders University (Australia) e co-autore dello studio, «Ci sono così tanti elementi non quantificabili da un punto di vista monetario, come i danni agli ecosistemi e la perdita di produttività, che questa è ancora solo la punta dell’iceberg».

In che direzione muoversi, allora? L’aumento di costi dovuti ai danni causati dalle specie invasive quasi doppio rispetto ai costi di gestione evidenzia innanzitutto un’implementazione ancora scarsa degli accordi internazionali a livello locale, osservano i ricercatori. I costi potrebbero essere sensibilmente ridotti investendo in azioni preventive, come una sorveglianza proattiva, rilevamenti precoci e campagne di controllo. E, più in generale, gli autori richiamano alla necessità di considerare le invasioni biologiche come un importante fattore decisionale dei progetti transnazionali. Come esempio riportano la Belt and Road Initiative (o Nuova Via della Seta), il progetto che mira ad aprire due corridoi (uno terrestre e uno marittimo) fra il continente europeo e l’Oriente, e che però, insieme a essi, rischia di aprire la strada anche all’introduzione di nuove specie.

 

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