Il concorso? Meglio abolito che riformato

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E’ senz’altro l’ottimismo della volontà che spinge il ministro Gelmini a cercare di riformare i concorsi universitari (Corriere della Sera, 25/03/2009). La ragione, con il suo sempre più giustificato pessimismo, dovrebbe piuttosto portare ad abolirli. Sappiamo dei tanti concorsi «truccati» e delle assunzioni di parenti, amici e portaborse nelle Università italiane. E’ quindi comprensibile che ci si ponga il problema di rendere abusi e scorrettezze difficili se non impossibili, a salvaguardia dei molti che, forti solo del loro merito, ambiscono a entrare nei percorsi di carriera accademica e di ricerca. Sfugge tuttavia al legislatore, nonostante una pluriennale esperienza, che dettar norme al fine di rendere «oggettiva» la valutazione dei candidati di un concorso è un modo di servire le Università inevitabilmente perdente. E infatti le abbiamo provate tutte: commissioni locali e commissioni nazionali, commissari interni o esterni, eletti o estratti, eletti tra gli estratti o estratti tra gli eletti, che proclamano vincitori singoli o multipli, con o senza idonei. E poi da capo. L’analisi della normativa che regola reclutamento e progressioni di carriera nelle università mostra come lo sforzo del legislatore sia stato soprattutto rivolto a limitare la libertà delle commissioni piuttosto che a fornir loro adeguati strumenti di valutazione. Lo scopo è di «impedire» piuttosto che di «abilitare». Un «sistema esperto» avrebbe da tempo assimilato che non esiste regola capace di impedire di pilotare un concorso. L’interrogativo è quindi, ancora una volta, «che fare?».

Proviamo a immaginare un modo diverso per il reclutamento. La commissione è formata da coloro con cui il ricercatore lavorerà, eventualmente integrata da colleghi dello stesso istituto competenti nelle materie d’esame.

La commissione è quindi totalmente locale, si può riunire con grande agilità e con poca spesa. Immaginiamo che dalla lista dei candidati ne venga estratta una più breve, composta da quelli che, sulla base di titoli e curriculum, sembrano più interessanti e promettenti. Seguono quindi l’invito a tenere un seminario e a sostenere un colloquio. Il processo di selezione si chiude con una graduatoria e una discussione dei termini dell’eventuale assunzione. Assunzione che in prima battuta potrebbe essere a tempo determinato, per venire successivamente convertita in «tenure» dopo alcuni anni e previa verifica della reciproca soddisfazione. Ho inventato nulla di nuovo? No, è quello che si fa da tempo in moltissimi istituti e università esteri, soprattutto anglosassoni.

Questa è una visione antitetica a quella attualmente in vigore: l’arbitrio della commissione è massimo. Come ci si protegge quindi dall’assunzione del genero, del portaborse, del mediocre? Nello stesso modo in cui si proteggono gli istituti esteri. E’ necessario, e questo è il punto nodale, che si leghino, in modo stretto, al rendimento scientifico di un Istituto – determinato da parametri di merito e da opportune commissioni di valutazione, queste sì esterne e indipendenti – quote significative del finanziamento (oltre il 30%). Si devono creare le condizioni per una competizione tra strutture e si deve fare in modo che «non ce ne sia sempre per tutti». In poche parole un po’ di Darwinismo, è anche il suo bicentenario! Questo meccanismo può, nel giro di poco tempo, innescare una spirale virtuosa in cui, come già succede in molti paesi, la gara tra università è continuamente al rialzo.

Un indicatore di successo sarà la presenza, tra i nomi degli aspiranti ricercatori o professori, di un buon numero di stranieri. Ecco, qualsiasi riforma di reclutamento universitario deve porsi l’obiettivo di produrre un sistema che possa competere con quello europeo e pubblicizzarsi sul mercato internazionale. Altrimenti rimarremo inevitabilmente in «serie B» e avremo perso un’altra occasione per diventare un paese «normale».
In conclusione: libertà di scelta e relativa assunzione di responsabilità, verifica e valutazione dei risultati da cui far dipendere i finanziamenti, competizione e prevenzione del consociativismo, internazionalizzazione. Questi sono i punti nodali su cui ricostruire e riqualificare le strade d’accesso alle Università.

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